Mio padre Heidegger e il «Terzo Reich»

Le posizioni critiche dell’ultimo maestro della filosofia europea su nazionalsocialismo, guerra, Resistenza raccontate in una straordinaria intervista dal figlio Hermann, curatore ufficiale del lascito heideggeriano. Che rivela anche un inedito spaccato di vita di famiglia

La casa in cui vive Hermann Heidegger è una moderna villetta a due piani in tutto simile al resto di abitazioni che popola quello scampolo di campagna fra i rilievi del Giura e Friburgo. Il garage è al pianterreno, l’ingresso sul retro, e le ampie portefinestre del piano superiore si affacciano sui prati e sui campi coltivati che si estendono alle pendici di un bosco di conifere sterminato, l’inizio della Foresta Nera. Qui il dottor Heidegger divide oggi il suo tempo fra il lavoro che attiene all’amministrazione della sconfinata e complessa eredità letteraria paterna e l’affettuosa compagnia di Jutta, la donna che ha sposato nel dopoguerra. (...) La moglie di Heidegger prende congedo quasi subito, lui resta in piedi accanto al tavolo. I suoi occhi sono azzurri, i capelli candidi. Ha una statura nella media, e parla con tono cordiale. (...) Sembra a suo agio e ben disposto, sorride e attende con pazienza il disbrigo degli ultimi preparativi. Solo poco prima che la spia del registratore si accenda il suo volto si fa all’improvviso fermo e quasi imperscrutabile, in un modo che ricorda più di altri i suoi trascorsi da ufficiale.
Cosa accadde quando fu chiamato alle armi?
«Ero un ufficiale di carriera che voleva uscire dall’ombra del padre. Fin dagli anni del ginnasio e poi all’università non ero altro che il figlio del famoso filosofo. Non ero mai riuscito ad essere me stesso. Così decisi di scegliere da solo una professione e di seguire le orme del mio nonno materno, anch’egli ufficiale di carriera».
In guerra Lei aveva il grado di ufficiale?
«Sì, ero ufficiale. Nel 1941, durante la campagna di Russia, ero aiutante di battaglione. Ho passato due anni all’ospedale militare e altri due in patria in veste di ufficiale istruttore nelle scuole. Nel 1944 sono tornato al fronte in Lituania come aiutante di reggimento».
Su quale fronte ha combattuto a inizio guerra?
«Ho combattuto qui nell’ovest partecipando alla campagna di Francia. Poi nei Balcani e, nell’estate del 1941, nel sud della Russia, in Ucraina fino al Dnepr». (...)
Cosa pensava dell’esercito russo?
«I giovani ufficiali sapevano di trovarsi di fronte a quell’esercito bolscevico che aveva perso delle battaglie in Finlandia. Credevamo quindi che fosse un’impresa facile. Ci sbagliammo. I russi combatterono con coraggio e tenacia, anche se brutalmente forzati dai loro commissari. Ho partecipato personalmente ai contrattacchi in Ucraina e ho visto centinaia di soldati russi uccisi. Da dietro, venivano incessantemente costretti ad attaccare: è stata una battaglia atroce».
Come spiega questa resistenza? Era il prodotto di un regime totalitario oppure il motivo risiedeva nella circostanza che si trattava innanzitutto di difendere la propria patria?
«Entrambe le cose. I sovietici hanno fatto un’eccellente propaganda popolare convincendo tanti cittadini. Stalin era il loro grande Führer così come Hitler lo era per noi. Vigeva la stessa repressione brutale di qualsiasi pensiero non conforme alla politica di regime. In questi casi i sovietici erano però ancora più spietati. Giustiziavano con facilità, bastava solo arretrare. Anche da noi accadeva che si uccidesse chi non manteneva la propria posizione, ma furono casi sporadici, la viltà di fronte al nemico doveva proprio essere evidente». (...)
Nel 1937 Lei non è entrato nel partito nazionalsocialista. Allora era un ragazzo, come si spiega questa Sua decisione?
«Ero stato uno scout, e il ruolo mi entusiasmava molto, ma nel 1933 ci fu lo scioglimento del gruppo e fummo costretti a entrare nello Jungvolk, una frazione della Hitlerjugend che accoglieva ragazzi dai dieci ai quattordici anni. L'organo direttivo dello Jungvolk era molto abile. Diventai prima capo di un gruppo di quattordici ragazzi, di cui dodici ex scouts e altri due provenienti dalla Lega Cattolica «Nuova Germania». Continuavamo a fare le stesse cose, giochi a squadre, riunioni serali, gite nello Schwarzwald, grandi viaggi. Non era difficile appassionarsi allo Jungvolk - e un anno dopo ero già salito di grado. Come Jungzugführer comandavo cinquanta ragazzi, ancora un anno dopo ero Fähnleinführer di duecento giovani. Quando fin dal 1934 i miei genitori mi ripetevano che non dovevo vedere tutto in maniera così positiva, per me fu molto difficile cambiare idea. Anche i miei genitori, poco prima, nel 1933, avevano salutato l’ascesa al potere di Hitler pensando che rappresentasse qualcosa di buono. Ma solo un anno dopo erano schierati contro. La stessa cosa accadde nel caso dell’arcivescovo Gröber, amico paterno di mio padre, oppure di Niemöller o del conte di Stauffenberg - tutte persone entrate presto nella Resistenza».
Com’è andata a finire?
«Nel 1937, da Fähnleinführer venni esortato a entrare nel partito; allora era possibile già a diciassette anni. Nel frattempo, però, ero riuscito a prendere sul serio i miei genitori, e rifiutai l’offerta. La decisione che riguardava il mio futuro professionale si colloca proprio in questo periodo». (...)
Quali erano le voci che circolavano in casa Sua prima della guerra?
«I miei genitori erano molto scettici e critici nei confronti della politica. Oggi basta rileggere le lezioni tenute da mio padre per scorgervi tutta la sua critica nei confronti degli sviluppi della Germania. Certo, era una critica prudente, visto che le persone che si pronunciavano contro il Terzo Reich, contro Hitler o il nazionalsocialismo, venivano facilmente prese e arrestate».
Era così già prima della guerra?
«Sì. La Gestapo entrò in casa di mio padre per la prima volta nel 1935. Chiedevano informazioni su certi suoi allievi che secondo loro erano stati da lui influenzati, perché si erano espressi in modo critico. A quei tempi la prudenza era d’obbligo, se non si voleva finire davanti a un tribunale o scomparire in qualche campo di concentramento con l’accusa di cospirazione, che in guerra veniva chiamata “corruzione della Wehrmacht”». (...)
Quali erano i sentimenti con cui ha lasciato la Russia?
«Provavo un sentimento di sollievo e di liberazione perché uscivo da quel sistema. Ma c’era anche compassione nei confronti della popolazione povera. Non ho mai odiato i russi in quanto uomini e ho potuto constatare che la popolazione semplice soffriva a causa di quel sistema. Per l’animo russo e per la sua cultura nutro quindi grande simpatia e comprensione. Oggi, in veste di amministratore dell’eredità di mio padre, ho rapporti con la Russia, e anche ultimamente ho cenato con due russi interessati a Heidegger. Voglio dire che non provo nessun tipo di avversione per il popolo russo. Per quanto riguarda il sistema bolscevico, il mio giudizio è sempre stato negativo. Al momento in cui Hitler, nel 1939, patteggiò all’improvviso con i russi, nel mio diario posi il seguente interrogativo: “Com’è possibile tutto questo, con queste persone?”. Allora non avevo ancora capito che il nostro stesso sistema - dal punto di vista del sistema - era molto simile a quello bolscevico». (...)
Ci ha detto di aver valutato il patto tra Hitler e i bolscevichi, all’epoca, in modo critico. Cosa ha pensato quando la Germania ha attaccato la Russia?
«Prima che iniziasse la campagna di Russia c’era già stato l’attacco sovietico alla Finlandia, l’occupazione degli stati baltici e della Bessarabia. Il bolscevismo si stava impadronendo con violenza di tanti piccoli popoli civili. Come storico, e alla luce di quello che gli archivi russi ci fanno leggere oggi, non vi è dubbio che se Hitler non avesse attaccato l’Europa centrale l’avrebbe fatto Stalin. E in quanto uomo dell’esercito questa argomentazione mi convince pienamente. La Russia non si era preparata a una guerra di difesa, bensì a un attacco. Lo dimostrano tutte le disposizioni dell’Armata russa e le prime grandi battaglie di accerchiamento: avanzavano per attaccare. Nonostante oggi vi siano delle pubblicazioni di storici dell’esercito che lo confermano, tra gli studiosi in Germania rimane un punto controverso. Alcuni - e hanno veramente i paraocchi! - subiscono sia il pensiero della generazione post-bellica che i suoi pregiudizi. Sono convinti che la colpa della guerra sia stata solo di Hitler. Certo, Hitler è sicuramente responsabile, è stato lui a iniziare la guerra in Polonia e in Russia, ma ribadisco che in Russia si è trattato di un attacco preventivo».
Quando è tornato a casa dalla prigionia ha parlato con Suo fratello o Suo padre delle esperienze vissute?
«Ne ho parlato con mio padre. Gli ho raccontato le vicende vissute. Rimase colpito dalle prove che dovetti sostenere. Mio padre non aveva un animo “militaresco”». (...)
Parlava di letteratura con Suo padre?
«No. Mio padre era un gran lavoratore e quando eravamo giovani lo vedevamo solo a pranzo e a cena. Per il resto della giornata se ne stava ritirato e lavorava. Accadeva spesso che venissi rimproverato perché a tavola parlavo troppo, dovevo tenere la bocca chiusa».
Il rimprovero era di Suo padre?
«No, era mia madre a dettar legge. A tavola, da noi, si stava quasi sempre in silenzio, mio padre filosofava e rifletteva anche durante i pasti. Era anche interessato a quello che facevano i suoi figli, e ci chiedeva l’una o l’altra cosa. Quando avevo delle difficoltà in latino o greco, dopo cena, potevo salire da lui nello studio. Mi aiutava nelle costruzioni latine con le parole difficili. Lui sapeva tutto».
Com’era il vostro rapporto dopo la guerra?
«Quando tornai dalla prigionia ho iniziato a svolgere qualche lavoretto per lui, battevo a macchina delle lettere o gli procuravo delle cose che gli occorrevano. Capitava spesso che ci mettessimo a discutere, ma non abbiamo mai parlato di filosofia».