Miracolo di Digione

Nel corposo I miracoli eucaristici e le radici cristiane dell'Europa di Sergio Meloni (Edizioni Studio Domenicano) si legge di questo miracolo avvenuto nel 1430. Le cose andarono così: a Monaco, in Germania, una donna italiana colà residente comprò in una bottega un ostensorio. Sicuramente era frutto di refurtiva, perché conteneva ancora l’ostia “grande”, quella che si usa esporre e che di solito viene consumata dal prete (talvolta, esaurite quelle piccole, il celebrante la frantuma e comunica i fedeli con i pezzetti). Alla donna, però, interessava solo il prezioso oggetto, forse per farlo fondere. E, molto probabilmente ignorando la gravità del suo gesto, cominciò a togliere via l’ostia con l’aiuto di un coltello. Solo che, ai primi graffi, l’ostia prese a rigarsi di sangue. E la meraviglia non finì lì, perché il sangue si seccava quasi subito venendo a comporre una figura: un Cristo seduto su un trono semicircolare e circondato da alcuni degli strumenti della Passione, come la colonna della flagellazione e i chiodi della crocifissione, il gallo di s. Pietro e le tenaglie della deposizione. La donna, spaventata, si affrettò a consegnare l’ostia al canonico Anelon. La cosa si riseppe e andò a finire che l’ostia miracolosa fu portata al papa Eugenio IV. Questi, in seguito, ne fece dono al duca Filippo di Borgogna, il quale la girò alla città di Digione. Quell’ostia rimase nella basilica di San Michele Arcangelo fino al 1794, anno in cui i giacobini la bruciarono e trasformarono l’edificio in “tempio della Ragione”, una delle loro tipiche sanguinose buffonate.