Il misogino amante di «quelle signore»

Nato da famiglia povera, da piccolo strimpellava con il padre nelle bettole del porto. Era galante solo con le donne sposate, suo unico vero amore fu la moglie del critico che lo lanciò

Aveva nello studio un seggiolone a dondolo su cui faceva premurosamente accomodare le signore in visita. Ma appena quelle prendevano posto, la sedia, manipolata ad arte, si rovesciava all’indietro. La malcapitata di turno cadeva rovinosamente e il Nostro si sbellicava dalle risa fino alle lacrime. Come non bastasse, teneva anche nella stanza un ritratto di Luigi Cherubini da cui aveva però «espulso» la figura di Euterpe, la musa ispiratrice che gli stava alle spalle, coprendola con uno straccetto. A chi gli chiedeva il motivo di questa bizzarria, il padrone di casa rispondeva: «Non posso sopportare la vista di quella donna».
Per capire l’odioso atteggiamento del Nostro verso il gentil sesso bisogna conoscere la sua infanzia. Il misogino nacque da famiglia assai povera. Il padre era un musico ambulante che, da mezzogiorno a mezzanotte, si esibiva nell’angiporto di Amburgo raccogliendo le mance col cappello. La madre, di 17 anni più vecchia del marito, si ingegnava a far bastare i pochi soldi per allevare i tre figli. Ma poiché la primogenita era un’incapace e l’ultimogenito un malato cronico, il solo da cui si poteva cavare qualcosa era il mezzano, cioè il Nostro. Già a nove anni, il ragazzino andava a strimpellare col babbo nelle bettole del porto. Mescolato a marinai e prostitute, accadeva spesso che si ubriacasse nonostante l’età. Le donne poi se lo mettevano sulle ginocchia e si prendevano su di lui delle boccaccesche libertà. Queste precoci esperienze influirono per sempre sui sentimenti e la sessualità del fanciullo. Da adulto, infatti, evitò con cura relazioni con signorine da marito, mentre si entusiasmava e diventava galante solo con donne sposate. Ma pure con queste, al dunque, si ritraeva prudente e finiva regolarmente per farsela con le puttane di cui fu un gagliardo consumatore per tutta la vita.
Ebbe un unico grande amore, ovviamente una signora maritata. Non era però una Emma Bovary qualunque, ma un grande talento, sposata a un uomo ancora più geniale. Il Nostro aveva 20 anni quando li conobbe. Era stato lui ad affacciarsi nella casa degli sposi per sottoporre al marito, celebre critico, alcuni suoi scritti. Entrambi erano molto più adulti, il Maestro aveva 43 anni, la moglie 34, e avevano già messo al mondo otto figli. Al critico bastò una scorsa ai manoscritti per entusiasmarsi. Lo tenne in famiglia un mese per approfondire. Poi, sulla più importante rivista tedesca dell’epoca, scrisse un articolo che traboccava elogi. «È colui che doveva venire», vaticinò. Bastò questo per lanciare il Nostro sulla scena artistica internazionale.
Durante il soggiorno, il Nostro si invaghì della padrona di casa e, incassato l’apprezzamento del critico e ripresa la propria strada, rimase con lei in rapporti epistolari per lunghi anni. Tanto più stretti in quanto il marito, già attanagliato da una malattia mentale, fu quasi subito ricoverato in un asilo per dementi. Le lettere testimoniano un grande affetto per l’infermo e un’ambigua attenzione per la moglie, oscillante tra l’alcova e la venerazione. Tuttavia, anche se da ogni riga tracima sensualità, pare che tutto sia rimasto sul piano platonico.
Il marito morì folle tre anni dopo. A questo punto, la moglie fedele chiese al Nostro di sposarla. Messo alle strette, il giovanotto rifiutò. Per un po’ non si fece vivo, rifugiandosi, da Vienna dove si era stabilito, presso i genitori ad Amburgo. La donna capì con chi aveva a che fare e si rassegnò. La corrispondenza riprese, ma i toni diventarono affatto diversi. Lei cominciò a parlargli come a un bambino e lui a chiamarla «la mia cara mammina». Il misogino perse così la sola occasione vera per accasarsi e conoscere un amore normale. Tra loro, comunque, rimase un affetto profondo. Quando la donna morì, il Nostro cadde in tale prostrazione che sbagliò treno e arrivò in ritardo al funerale.
A 45 anni, gli accadde un fatto strano. Fin lì aveva mantenuto l’aspetto di un giovanotto. Nel giro di pochi mesi divenne invece un vecchio. Inalberò un enorme barbone, ingrassò e cominciò ad ansimare. Diventato una celebrità, si erse a campione della tradizione. Il mondo dei cultori si divise tra i «bramini» che lo osannavano e i fan della triade modernista che lo consideravano un reperto. Passò gli ultimi anni tra polemiche artistiche e frequentazione dei casini. Un giorno cominciò a perdere peso e la sua pelle a ingrigirsi: si era affacciato il tumore al fegato che lo uccise a 64 anni.
Chi era?