Missile distrugge il satellite impazzito

Ma ancora non si sa se è stato colpito il serbatoio pieno di liquido tossico

Centro! Ancora non si sa se il bersaglio, il satellite spia statunitense Us-193, sia stato colpito in pieno da un missile intercettore nel punto desiderato, un serbatoio contenente quasi 450 kg di carburante tossico, idrazina congelata, ma il Pentagono può già dirsi soddisfatto.
Il rischio che il satellite impazzito e il suo mortale contenuto ricadessero sulla Terra procurando danni o pericoli alla popolazione, magari rivelando anche qualche segreto militare, è quasi scongiurato. Le conferme arriveranno tra qualche ora, quando i tecnici avranno analizzato la registrazione dell'intercettazione, seguita da una miriade di radar e di sistemi di osservazione ottici e all'infrarosso, posti a terra, in mare e su aerei.
Il missile, uno Standard SM-3, lanciato intorno alle 4.20 di ieri, ora italiana, dall'incrociatore Lake Eire a largo delle Hawaii, è arrivato con precisione al suo appuntamento spaziale. Mentre il satellite viaggiava ai limiti dell'atmosfera, a una quota di 247 km e a una velocità di 27.000 km/h è stato raggiunto dal veicolo-killer, portato nello spazio dal missile. Il veicolo lo ha acquisito con i suoi sensori, inseguendone la traccia di calore e lo ha poi intercettato, colpendolo diagonalmente, a una velocità di 8.000 km/h. La distruzione del bersaglio è avvenuta per impatto diretto, non c'è esplosivo nell'intercettore. Quindi si richiede una precisione assoluta nelle manovre.
Agli uomini della Marina Statunitense non bastava colpire il satellite, l'intercettore spaziale è stato puntato su un punto specifico, il serbatoio circolare con un diametro di appena cinquanta centimetri. Se l'intercettore è andato a segno, il serbatoio e il suo contenuto si sono polverizzati nell'impatto. Tuttavia anche un centro parziale ha l'effetto di ridurre enormemente la pericolosità del satellite che stava per cadere sulla terra.
Il satellite pesava circa 2,3 tonnellate e nel caso fosse stato lasciato precipitare nell'atmosfera solo una parte di questa massa si sarebbe bruciata dall'attrito. Oltre 12 quintali di rottami sopravvissuti, incluso il serbatoio, avrebbero potuto provocare gravi danni. Ora che il satellite è stato colpito, buona parte della sua massa si è disintegrata e il 50% dei frammenti rimasti è già rientrata nell'atmosfera, nel giro delle prime due orbite, bruciando. Il resto dei pezzi cadrà a terra nell’arco di un mese circa, ma il Pentagono spera si tratti di piccoli frammenti, che in larga misura finiranno in mare. Eventuali danni, se dimostrati, saranno risarciti.
È ovvio che al Pentagono enfatizzino la missione di intercettazione come una operazione «umanitaria», volta a proteggere vite umane. Tuttavia ci sono altri motivi. Da un lato si voleva evitare che componenti di interesse militare del satellite spia dell'Nro (National reconnaisance office) finissero in mani sbagliate. Il Pentagono non ha svelato la natura del satellite, lanciato nel dicembre 2006 e vittima di un’avaria (ecco perché non ha bruciato la sua scorta di idrazina). Si ritiene si trattasse di un satellite spia passivo. Inutile chiedere di più. Inoltre la Us Navy ha dimostrato che il suo sistema di intercettazione funziona, al punto che può colpire non solo i missili balistici, la sua ragione d'essere, ma anche i satelliti. Ovviamente il missile è stato modificato, si è lavorato sul software e sui sistemi di guida, perché un satellite è molto più «freddo» di un missile balistico. E l'operazione è riuscita.
Il Pentagono ha anche rintuzzato le accuse di chi ricordava come Washington avesse protestato con veemenza contro un analoga operazione condotta a gennaio dalla Cina. La differenza è solo tecnica: i cinesi hanno colpito un satellite in orbita a 850 km di quota e quindi hanno riempito lo spazio di milioni di frammenti pericolosi. Gli americani hanno centrato il loro satellite a bassa quota e hanno quindi «inquinato» meno. Il principio però è identico: dimostrare la capacità di condurre la guerra nello spazio.
Per gli Usa si è trattato quindi di uno «spot» propagandistico in favore dei programmi di difesa antimissile. Una operazione costata 60 milioni di dollari. A buon mercato, considerando gli investimenti in gioco.