Il mistero dei villaggi andini dove uomini e donne da anni perdono la memoria

Qui gli abitanti smarriscono il ricordo, un medico visionario studia per cercare una cura all'Alzheimer

da Medellín

L a regione è di quelle remote, molto difficili da raggiungere se non si è guerriglieri o esploratori. Siamo tra le montagne della Colombia nord-occidentale, nel dipartimento di Antioquia. Qui, da decenni, si assiste a un fenomeno incomprensibile che sfida la scienza e che, proprio per questo, ha attirato l'attenzione dei medici di tutto il mondo. Si tratta di un numero, percentualmente molto elevato di uomini e donne che, raggiunti i 40, massimo 50 anni, cominciano a perdere la memoria. Poi non riescono più neanche a parlare e, alla fine, perdono ogni capacità di raziocinio. Il mistero, se risolto, potrebbe celare la chiave per trovare la cura di una malattia inesorabile e devastante come l'Alzheimer. «La memoria se ne va molto in fretta e quello che sanno lo dimenticano subito» testimonia Ana, un'abitante della zona. Il problema è che questo fenomeno accade da molte generazioni, al punto che la malattia - considerata una maledizione dagli abitanti di questa zona di Colombia - ha anche un soprannome vecchio di secoli: la bobera che in italiano sta per qualcosa simile a «la stupidera».

Questa storia che ha dell'incredibile comincia nell'ospedale San Vicente de Paula, il più importante di Medellín. Era il 1984 quando un medico visionario, Francisco Lopera, cominciò a trattare il caso di un 47enne che presentava chiari sintomi di Alzheimer. Francisco s'incuriosì subito al caso quando scoprì che il suo sfortunato paziente proveniva da un villaggio tra i monti, a quattro ore di automobile da Medellín, e che là molti suoi compaesani ancora giovani avevano i suoi stessi sintomi. Il medico decise di capirne di più e - chiamata la sua miglior infermiera per raccogliere campioni di sangue - cominciò a fare ricerche a tappeto tra le zone montagnose intorno a Medellín.

Tempi difficili quelli perché se da un lato nelle zone urbane a dominare era il numero uno dei narcos mondiali, Pablo Escobar, sulle montagne era la guerriglia a farla da padrona. «Mi sequestrarono un'infermiera per tre giorni, assieme a tutti i prelievi di sangue che aveva fatto - racconta oggi Lopera -, era la guerriglia, credo fossero le Farc (acronimo delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia, nda) ma non ne ho mai avuta la certezza». Trentatré anni dopo il clima non è teso come allora ma l'accesso ai villaggi di montagna dove vivono i pazienti è ancora difficile. E non tanto per la distanza - un centinaio di chilometri da Medellín - quanto per le strade, spesso non asfaltate e, dunque, impercorribili quando piove oltre che strettissime. Dopo Liborina, il paese principale di questa regione che registra il maggior tasso di Alzheimer al mondo, l'automobile infatti non serve più ed il solo modo per continuare è a piedi o a dorso di mulo.

Poco dopo incontriamo la prima casa con una famiglia che ha il problema dell'Alzheimer precoce, quella di Olga, una 58enne che per questa malattia ha già perso il padre, le zie e quattro fratelli. «Erano persone normali ed è triste vedere come si siano ridotti prima di morire». Lei faceva la domestica a Medellín ma è dovuta rientrare a casa per prendersi cura dei familiari. Ora segue i suoi due fratelli rimasti perché anche loro hanno cominciato a perdere la memoria, rispettivamente a 48 e 50 anni.

L'Alzheimer generalmente non colpisce persone così giovani, i primi sintomi appaiono a 60, 65 anni e, mediamente, le persone diventano completamente incapaci solo dopo gli 80. In questa zone dalla Colombia no. «Qui la malattia inizia a 45, 50 anni, nell'età più produttiva di una vita - spiega il dottor Lopera - e per queste famiglie si tratta di una catastrofe».

Caratteristica ormai comprovata scientificamente è che in questi pazienti colombiani la malattia è provocata da una mutazione genetica, da un difetto del Dna e, per questo, è ereditaria. «Chiunque abbia l'Alzheimer qui ha il 50% di possibilità di trasmetterlo ai figli», spiega Lopera che, tra le migliaia di pazienti analizzati in oltre tre decenni di studi sul campo ha avuto in un 32enne il caso più precoce. Per capire le origini all'inizio dei suoi studi il dottor Lopera arrivò sino a Yarumal - lo sperduto villaggio di quel suo primo paziente - e cominciò ad analizzare tutti i certificati di battesimo e a costruire gli alberi genealogici dei malati. Dopo un decennio di ricerca identificò la coppia di migranti europei che nel XVIII secolo, oltre trecento anni fa, aveva portato in Colombia la mutazione genetica.

«Ci si poteva aspettare che la cura per l'Alzheimer uscisse da qualche istituto di ricerca high-tech statunitense spiega Kenneth S. Kosik, direttore del Neuroscience Research Institute dell'Università della California, a Santa Barbara, che da oltre 25 anni lavora con il dottor Lopera e invece le nuove scoperte arrivano proprio da Medellín». La prima è stata l'identificazione del gene responsabile della malattia, il presenilin 1, o Psen1 in termini scientifici. La seconda scoperta rivoluzionaria made in Colombia è invece un test del sangue elaborato di recente dall'Università di Barranquilla che, basandosi sulle ricerche del dottor Lopera, identifica se chi ha nel proprio albero genealogico parenti con l'Alzheimer corre il rischio di contrarre la malattia e, nel caso, a partire da quale età. Il test è ancora sperimentale ma la sua precisione è del 97% mentre la scoperta ha già trovato ampio spazio su autorevoli riviste scientifiche come l'American Journal of Medical Genetics e Molecular Psychiatry.

Da quando ha iniziato a occuparsi di Alzheimer negli anni '80 la vita del dottor Lopera è cambiata radicalmente. Oggi il lavoro di questo luminare è riconosciuto internazionalmente e comincia a dare i primi frutti concreti. La speranza di tutti è che proprio dal laboratorio naturale e genetico dei monti intorno a Medellín - dove sono già oltre 5mila i malati individuati su cui si fa sperimentazione - possa presto uscire la cura per sconfiggere l'Alzheimer, la malattia neurodegenerativa che, solo in Italia, oggi colpisce 1,3 milioni di persone.