Il mite Giosuè e i ruggiti (tardivi) della carne

Si conclude il nostro viaggio nel Risorgimento &quot;a luci rosse&quot; in compagnia di Gian Carlo Fusco, coautore di un libro sull'argomento <em>I mille e una notte. Storia erotica del Risorgimento</em>

«Il mì Giosuè, poverino, ha consumato la gioventù curvo, giorno e notte, sui libri, senza conoscere l’amore. Così, ora, quando gli capita a tiro un po’ di ciccia disposta al letto si rifà con tutti gli arretrati». Il «Giosuè» è Carducci, il poeta Vate del Risorgimento italiano mentre la fabulatrice delle sue tarde scoperte sessuali è la moglie, Elvira Menicucci, madonna popolana e fiorentina. Una signora materna, bonaria e cornificata più volte dal poeta con la «ciccia carnosa», come si dice in Toscana delle donne floride. A leggere il ritratto che Gian Carlo Fusco verga su Carducci, nel suo viaggio - I mille e una notte - al di là dell’osceno risorgimentale, c’è di che sdilinquirsi. «In fatto di sesso - nota - a quel che risulta Carducci fu un tardivo. Nella sua prima gioventù le uniche donne con le quali se la fece (e per le quali, forse, se le fece) furono impalpabili o meglio ancora, non palpabili: Venere, Diana, Circe, Nausicaa, le ninfe boscherecce...».

Era, quello carducciano, un harem mitologico che saliva sin lassù, in terra toscana, alle pendici verdi di Valdicastello, una terra dove la Lucchesia perde la sua tradizionale avarizia e degrada verso la Versilia, quella buona e spendacciona che sente lieve l’aria del mare e delle cosce all’aria. Lassù nacque, nel 1835, Giosuè e ancora i vecchi se lo ricordano tanto da aver aggiunto al nome del borgo, il cognome del poeta. Eppure la orgogliosa Elvira, nonostante il suo amore per il poeta, di dolori e rabbie ne ha sofferte. Come quando, dopo oltre tredici anni di matrimonio e qualche figlio insieme, lui smarrisce la testa non per una solita gonnella di passaggio ma per tale Carolina (con la quale andrà avanti per dieci anni), femmina di Verona. Una relazione di cui la moglie Elvira confiderà ad alcune amiche: «Come se qua a Bologna (dove vivevano, ndr) non ci fossero abbastanza puttane. Uno di questi giorni, però, se mi gira le faccio la posta e metto le carte in tavole».

Non lo farà mai e finirà col rassegnarsi all’ardore post quaranta del suo artista. Un uomo che è un pezzo fondamentale della cultura identitaria italiana. Sfogliando le sue poesie, infatti, si ritrovano tutti i caratteri del nostro Risorgimento. Dall’anticlericalismo, contenuto nell’Inno a Satana, «O forza vindice/ De la ragione!/ Sacri a te salgano/ Gl’incensi e i voti!/ Hai vinto il Geova De i sacerdoti», all’eroismo dei protagonisti dell’800 nazionale. Come nell’ode a Giuseppe Mazzini: «E un popol morto dietro a lui si mise/ Esule antico, al ciel mite e severo/ Leva ora il volto che giammai non rise/ Tu sol - pensando - o ideal, sei vero».

Gli piacevano parecchio le donne al Carducci, è vero ma - in fondo - dove sta il problema? Garbavano assai anche a Nino Bixio, il guerriero dei Mille, a Vittorio Emanuele II, il primo Re d’Italia, a Camillo Benso conte di Cavour, lo stratega politico della nascita di una Nazione. Lui, il Vate, cantore di quella Rivoluzione che fu il nostro Risorgimento, non poteva esser da meno. Fusco lo definisce «il soffio dell’anima nel ruggito della carne»: «Dammi or dunque, apollinea fiera, l’alato dorso/ ecco, tutte le redini io ti libero al corso/ corriam fiera gentil». Perché, in fondo, la vita degli eroi e dei poeti non si può mica pesar come fosse un etto di prosciutto in salumeria.
Carducci, perlomeno, sembrava pensarla così. Nel suo studio bolognese, un giorno come tanti, leggendo un articolo di tal Paolo Mantegazza, fisiologo e igienista, dove si raccontava di un’analisi sul teschio di Ugo Foscolo, sbottò infuriato: «Mantegazza è un gran bischero! Un coglione fottuto! Si trastulla a soppesare, misurare e analizzare il teschio di un genio, anziché limitarsi a venerarlo, come dovrebbe. Coglione, coglionissimo! Stracoglione». Il resto è storia.
(4.Fine)