Fra mito e realtà Il primo serial killer dell’età moderna

Ezio Savino

Gli efferati e fantasiosi criminali non sono un maligno cancro dell’età moderna. Il mito antico ne annovera una ripugnante galleria. Il grassatore Pitocampe, «piegatore di pini», smembrava le vittime legandole a fusti d’albero preventivamente incurvati e poi fatti scattare in opposte direzioni. Finché Teseo non gli fece lo stesso trattamento sulla via di Atene. Medea, la custode del vello d’oro, sventrò e spezzettò il fratello Apsirto, gettandone i frammenti dal suo carro in fuga, per rallentare gli inseguitori. Quanto ai serial killer, il cattivo esempio lo diede Enomao, geloso del potere, che massacrò tredici pretendenti della figlia Ippodamia (e del suo trono), prima che Pelope lo battesse sul tempo infilzandolo alle spalle con la lancia.
Ciò che, a un primo sguardo, sembra distinguere le imprese dei massacratori moderni, è l’agghiacciante gratuità. A mostri autentici o partoriti dalle sinistre fantasie dei letterati (il dott. Hannibal Lecter, the Cannibal, la star del genere) possono anche attribuirsi tenebrosi pruriti esoterici o rituali: sta di fatto che i loro delitti conservano di brutalmente occulto, oltre alla firma, anche il movente. In cima alla lista c’è Jack The Ripper, lo Squartatore (pseudonimo che siglò una delle lettere a lui attribuite). Regista dell’«autunno del terrore» che gelò la Londra vittoriana dal 31 agosto all’8 novembre 1888, lo psicopatico (il maschile è puramente teorico) riuscì a fare di sé un fantasma evanescente, tanto che il suo fascicolo, a Scotland Yard, è tuttora aperto. Jack si stagliò il suo territorio di caccia tra i mattatoi e i depressi quartierini di Whitechapel, inanellando cinque vittime «canoniche», unificate da un denominatore, che orientò a un folle puritano deciso a sterilizzare il sesso a pagamento: erano tutte prostitute, colpite sul marciapiede o, come Mary Jane Kelly, l’ultima accertata, sul letto della sua camera, sezionata, ma derubata del cuore. La prima, Mary Ann Nicholls, cadde in Buck’s Row. La direzione dei fendenti fece gridare al mancino: ipotesi poi rigettata. Ma fissò lo stile dell’orrore: cadaveri supini, con organi interni, fegato, intestini, reni, oscenamente escissi ed esibiti in posture grottesche, parti genitali martoriate di punta o asportate, forse come trofei da incubo. In un caso, Elizabeth Stride, il martirio fu probabilmente interrotto da un cocchiere che ne rinvenne la salma ancora sanguinante. Ne fece le spese Catherine Eddowes, in Mitre Square, che subì il programma completo dell’accanimento, soprattutto sul volto, marchiato da asportazioni e tagli che parvero esibire un mostruoso piano figurativo.
Monete, frammenti di carta insanguinata, un grembiule di cuoio da beccaio rinvenuti presso quanto rimaneva di Annie Chapman, seconda vittima, alimentarono l’idea di una sfida agli investigatori. E suffragarono l’ipotesi di una certa perizia anatomica dell’assassino, da chirurgo, o anche da bassa macelleria. Ma nulla che facesse progredire le indagini. Di Jack lo Squartatore nulla fu più concreto della sua inconoscibilità, cioè del suo mito, vivido per assurdo nel moltiplicarsi delle povere reliquie di carne. Il deficit di realtà diede, come sempre, corpo alle ombre: l’eccentrico drammaturgo e poeta Oscar Wilde balenò ad alcuni come possibile volto dello spettro. Chi uccide di penna, si congetturò, può farlo anche di coltello. Sanguinario intreccio tra letteratura e vita che, però, in questo caso, non sembrò tenere.