Il mito della frontiera e l’anima americana

Torna «Piccolo grande uomo» di Berger nella bella traduzione di Bianciardi

Matteo Sacchi

Esiste la storia ed esistono i miti. La storia, quella un po’ bieca dei fatti, è riassumibile con il bollettino emanato, nell’anno 1890, dal sovrintendente al censimento degli Stati Uniti: «Fino al 1880 incluso, il Paese aveva una frontiera di colonizzazione provvisoria, ma ora l’area non colonizzata è stata lottizzata... Discuterne l’estensione, lo spostamento non può più avere senso nei rapporti censitari».
Niente più corsa al West, niente più bisonti, niente più indiani nelle grandi solitudini deserte. Una frasetta breve breve, scritta ad una scrivania di Washington che cancella, senza mai nemmeno nominarli, i grandi nemici dell’avanzata delle giubbe blu. Nella sua asciuttezza, del resto, contiene una grande verità: la gigantesca macchina composta da milioni di coloni schiacciò i nativi americani come un rullo compressore, totalmente e senza sforzo. Non fu mai una vera guerra, fu semplicemente un’onda di marea contro un castello di sabbia.
I fatti però posson esser meno importanti dei miti. Un grande storico dell’800, Frederick Jackson Turner, ha scritto: «La frontiera è la cresta, la lama acuta dell’onda, il punto d’incontro tra barbarie e civiltà». Esattamente così gli americani l’hanno percepita: destinata a marcare, per sempre, la differenza tra loro e gli europei. Nel contatto con l’altro, l’indiano che pure era nemico, sentirono di essere diventati migliori. È il mito dell’uomo nuovo che ha assimilato entrambe le culture, del civilizzato che torna nel grande cerchio della natura. Un ritorno fatto con occhi diversi da quelli del nativo, troppo ingenui, con gli occhi della civiltà che ringiovanisce se stessa. Una percezione fondativa che ha attraversato tutta la storia a stelle e strisce; nei libri, nei giornali, nelle leggende orali. Un percorso lunghissimo che poteva approdare solo nel suo porto naturale in colori Kodak: il cinema.
L’ultimo dei suoi grandi epigoni è stato Thomas Berger, l’autore di Piccolo Grande Uomo. Il libro pubblicato nel 1964, trasformato in film da Arthur Penn nel 1970, ha distillato e diffuso in tutto il mondo il mito dell’americano che si fa indiano. Ha reinventato il genere Western, facendosi seguire da tantissime altre pellicole: Corvo Rosso non avrai il mio scalpo, Soldato blu, Ballando coi Lupi.
Il romanzo, che affascinò anche Henry Miller, ora, dopo qualche anno di dimenticanza, torna in Italia per i tipi della Fanucci. Aiutato dalla bella traduzione che fu di Luciano Bianciardi regala ancora molto a chi vuol capire il modo che gli americani hanno di percepire se stessi. Nel racconto mitico del vecchio Jack Crabb, un ultra centenario grinzoso cresciuto con gli indiani e sopravvissuto alla battaglia di Little Big Horn, più che fantasia c’è un concentrato del modo di essere del frontier man. Perché la frontiera per gli americani è stata la grande occasione per la ricerca della felicità, uno spazio sconfinato e reale molto più ampio della fantasia. Uno spazio di ricerca infinita dell’identità: lì Crabb vive sotto un tepee e si sente un bianco, lì torna a vivere coi bianchi e si sente un indiano.
Il lettore attento scoprirà che il merito narrativo di Berger, spesso visto come un innovatore e un precursore della visione hippy del mondo, è stato semmai di aver condensato in una sintesi potente duecento anni di letteratura e di Dna della frontiera. Il bianco-indiano, l’uomo doppio è per gli scrittori americani qualcosa da cui non si può prescindere dai tempi di Fenimore Cooper, che ne fu il vero inventore con il ciclo di romanzi conosciuto come I racconti di Calza-di-Cuoio (The Leather-Stocking tales).
Il protagonista, la guida Natty Bumppo, è il primo prototipo del cucciolo bianco che apprende la saggezza dei pellerossa. Il ciclo di cinque romanzi: tra cui L'ultimo dei mohicani (mortalmente stravolto nelle versioni cinematografiche), ha creato l’archetipo dell’uomo americano che non si arrende mai al sistema. Un uomo che è un manifesto di anticonformismo tradizionalista. Certo, in Cooper manca l’aggressività verbale che sarà di Berger, ma la spontaneità narrativa e la volontà di propagandare idee scomode era già tutta lì. Un nocciolo duro che nemmeno il periodo più cruento delle guerre indiane, tra il 1861 e il 1886, riuscì a sradicare dal cuore degli americani. Un latente desiderio di simbiosi, oscillante tra la paura e la compulsione maniacale ad avere a che fare con un indiano.
Molti furono in effetti i bambini rapiti e cresciuti all’interno delle tribù, caratterizzate da un forte razzismo culturale ma da un bassissimo razzismo genetico. Quando questi ragazzi venivano «recuperati alla civiltà», era tutto un fiorire di articoli di giornale, di interviste e biografie che attraversavano l’America in decine di migliaia di copie. Quanto ai romanzi veri e propri, conosciuti nella seconda metà dell’ottocento come dime novel (romanzi da dieci cents) censire i titoli non è possibile, basta ricordarne due che superarono il mezzo milione di copie per dare l’idea: Malaeska, The wife of the white Hunter e Seth Jones, Or the Captives of the Frontier. Certo, sia nella finzione, sia nelle narrazioni dei ritorni tra i bianchi, l’indiano veniva sempre descritto dal lato di chi aveva penna e rotativa, manipolato. Restava comunque al centro di una forma di desiderio, quello stesso desiderio che portava la gente ad accorrere al Buffalo Bill Show. Assistere allo spettacolo e poi fare una lunga conversazione con un capo indiano fu un piacere che non si negò nemmeno la regina Vittoria. Una curiosità, forse un rimpianto, che arriva ai giorni nostri. In quest’ottica quale fosse la realtà antropologica degli indiani resta un fatto per specialisti, le parole della leggenda, tramandate dai Cooper e dai Berger, piacciono di più: «Era il grande grido di guerra dei Cheyenne, e lui lo stava gridando a tutta l’eternità per l’ultima volta». Forse anche i grandi capi, che ormai camminano nella pianura del cielo, preferirebbero così.