Un mix tra grafite e argilla, così nasce una mina

Ma oggi come nasce una matita? Ancora più o meno come un tempo, almeno nei quindici stabilimenti sparsi per il mondo di Faber-Castell, uno dei marchi storici e più antichi di lapis che produce più di un miliardo e ottocento milioni di pezzi all'anno, grazie all'opera di oltre cinquemila dipendenti. Oggi il Gruppo è controllato dal Conte Anton Wolfgang von Faber-Castell che rappresenta l’ottava generazione della famiglia.
La gamma dei prodotti Faber-Castell propone 2.000 differenti articoli dalle matite di cera per bambini alle esclusive penne stilografiche ed è suddivisa in cinque categorie, ciascuna caratterizzata da un preciso campo di competenza: «Playing & Learning», «Art & Graphic», «Premium», «General Writing» e «Marking». Presente in circa 120 Paesi, Faber-Castell dà lavoro a circa 5.500 persone suddivise in 15 fabbriche e 18 filiali. Nella filiale brasiliana di São Carlos e São Paulo lavorano circa 2.900 dipendenti, di cui 550 operano nell’ambito del progetto di forestazione della regione della Prata.
Il procedimento, quasi da piccolo chimico, prevede che la mina della matita venga ricavata mischiando in ugual misura la grafite, quella che lascia la caratteristica linea scura, all'argilla che conferisce, invece, solidità allo strumento di scrittura. Infatti la durezza, quella indicata sul fusto dalle lettere H e HB e dai numeri relativi, dipende proprio dalle proporzioni dei due materiali: utilizzando più grafite la mina sarà più morbida e lascerà sui fogli un segno più largo e più nero, viceversa aumentando la quantità di argilla il tratto sarà più duro, più sottile e tendente al grigio.
Il composto grezzo viene poi immesso in sottili barre e cotto ad una temperatura di mille gradi e, una volta indurito, sottoposto ad un bagno di cera o di olio per rendere la mina più liscia e meno fragile; infine il mix di grafite e di argilla è inserito tra due tavolette di legno spesse non più di 5 millimetri, di solito di cedro californiano in quanto privo di nodi, o di pino del Sudamerica, intarsiate da nove scanalature. In questo modo chiudendo le due tavolette la forza della pressione assicura che le mine non si rompano anche nel caso in cui le matite dovessero cadere persino da un'altezza considerevole.
Nel passaggio successivo del processo di fabbricazione, ormai quasi del tutto automatizzato, una macchina tranciatrice taglia le tavolette in nove pezzi con la possibilità di realizzare matite sia dalla forma rotonda sia esagonale. Poi per ragioni estetiche ed igieniche il fusto dei lapis ancora grezzo viene verniciato e una delle due estremità intinta nella pittura per la rifinitura. Impresso il marchio di fabbrica e la lettera che indica la durezza, le matite vengono appuntite e sono finalmente pronte per l'uso. Per graffiare fogli, per fermare emozioni, per scrivere e disegnare, per lasciare ancora una volta il segno.