«Moby Dick», una tempesta di emozioni

Pronti a salpare, ragazzi? La vostra nave è il «Pequod», dal nome di una tribù di pellerossa estinti. La troverete al molo dei balenieri, nell’isolotto di Nantucket, Massachusetts. Quel vecchio bastimento, cotto dal sole e macerato dalla salsedine, sembra un re cannibale, ornato con le ossa dei suoi nemici. Denti e avorio di balena biancheggiano sul ponte e tra le velature. La barra del suo timone è una mostruosa mascella di cetaceo.
Il viaggio intorno al mondo durerà tre anni, oltre le burrasche di Capo Horn, poi nei flutti del Pacifico e dell’Oceano Indiano, fino a Buona Speranza e ritorno! La vostra missione sarà di avvistare i capodogli («Laggiù, soffia!» urleranno le vedette in cima agli alberi, al primo spruzzo dallo sfiatatoio della balena), calare le lance in mare e arpionare le prede, per scioglierne il grasso, e produrre il prezioso olio destinato a illuminare abitazioni e chiese. Se sarete bravi marinai e fiocinieri, potrete garantirvi la duecentesima parte del bottino. Volete imbarcarvi come semplici mozzi? Guadagnerete solo la settecentesima parte. Ma, soprattutto, non dimenticate di conservare la vostra Bibbia, che vi sarà data all’imbarco.
Parola di Hermann Melville (1819-1891), che nel 1851 pubblicò uno dei più grandi e coinvolgenti romanzi d’avventure marine: Moby Dick, la balena bianca. Libro adatto a ogni età, questo, e magico, perché le sue pagine sono profonde come gli abissi salati. Sulla superficie ondeggia l’adrenalina del rischio e del coraggio, l’epopea della caccia alle grandi creature, l’inseguimento, la cattura, l’uccisione, in un’epoca in cui non c’erano radar, satellitari e arpioni esplosivi: il fiociniere, ritto sulla prua del suo guscio di noce, frugava il corpo della balena con la lama di rasoio, alla ricerca del cuore immenso.
La tempesta delle emozioni rapisce tutti, ma soprattutto i più giovani lettori. Sotto si agita la misteriosa flora dei simboli. È il palcoscenico su cui Melville rappresenta il dramma dell’esistenza: la lotta contro il lato oscuro, il Male. Nella vicenda, esso prende le fattezze di Moby Dick, un fantasma, un’ossessione che si annida nei golfi oceanici, ma anche nella mente di Achab, l’enigmatico comandante del «Pequod», un guerriero, un tiranno dalla gamba d’avorio (quella vera è stata maciullata da un morso del cetaceo, in un’antica battaglia), che - da vero capo - sa infondere nell’equipaggio l’acido della vendetta, spingendo la nave allo scontro suicida contro quella gibbosa fronte di marmo. Le storie bibliche ci danno una chiave di lettura. Ismaele è la voce narrante. Ha l’innocenza di un ragazzo, che vuol mettere alla prova se stesso nella sfida all’oceano. Il suo nome è quello di un figlio di Abramo, abbandonato nel deserto (ne è immagine la solitaria vastità del mare) che farà di lui un uomo. Sarà l’unico superstite dell’impresa. Achab ricorda un re israelita che abbracciò l’idolatria (imitato in questo dal vecchio baleniere, perduto nella mania della caccia insensata al suo spettro) e il cui sangue, sparso in battaglia, fu leccato dai cani.
Quanto a Moby Dick, è l’incarnazione del «leviatano», pachiderma degli abissi descritto da Giobbe come allegoria del caos primordiale. Il numero tre aleggia come una cifra arcana. Gli anni del viaggio. I giorni della caccia finale. Quelli di Giona, nello stomaco mostruoso. Il periodo di una morte apparente, di una discesa agli inferi che, però, prelude a una resurrezione, come quella di Ismaele, l’unico che torna a galla dal gorgo, per raccontare a tutti la sua sventura, la sua verità.