La molla per uscire dalle crisi? La voglia di essere i migliori

Il gusto di eccellere e di imporsi è considerato, da secoli, una colpa.
Per il gesuita Valadier una società che non pensa in grande è morta. Il nichilismo e una religiosità fraintesa hanno indebolito la fiducia nel futuro

L’ambizioso non gode di buona reputazione, non è una novità. Jacqueline de Romilly nel suo libro su Alcibiade sostiene persino che la filosofia politica di Platone sia incomprensibile, se non la si consideri come la condanna di un ambizioso come Alcibiade che, nel nome del suo interesse personale, ha trascinato Atene in avventure pericolose e compromessa la già vacillante democrazia. (...)

Ma l’ambizione è sempre un pericolo da evitare e l’ambizioso un essere da mettere alla gogna? (...) Invece di scegliere la strada del politicamente corretto, non converrebbe tentare di riabilitare l’ambizione?

Il compito è arduo. L’ambizioso è considerato, e molto spesso è, qualcuno che non ha alcun timore di «pestare i piedi agli altri», che non esita a farsi largo per conquistarsi un posto al sole. L’ideologia dominante, per utilizzare la terminologia marxista, non favorisce forse, secondo i principi del famoso «liberismo selvaggio», l’idea che ci si debba ritagliare il proprio posto al sole, il più grande possibile, senza preoccuparsi troppo degli altri, degli emarginati o dei deboli? Sin dalla scuola il bambino viene preparato a vincere, a sapersi imporre su tutti gli altri nel nome del successo a ogni costo che lo trascina fin dalla più tenera età in una competizione impietosa. (...)

Quindi, non solo l’ambizione sembra celare molti mali, ma è assolutamente di cattivo gusto vantarsi di essere o di essere stati ambiziosi, di farsi coinvolgere in avventure ambiziose o di averlo fatto in passato. Il politicamente corretto esige, al contrario, di rinnegare tali imprese. (...)

Va da sé che, se interroghiamo le nostre tradizioni spirituali, il bilancio sfavorevole all’ambizione diventa più pesante. L’ideale cristiano non richiama forse all’oblio di sé, all’abnegazione, a vincere ogni forma d’orgoglio che l’ambizione mette in evidenza? Modestia e umiltà sono virtù che devono essere coltivate in opposizione a un’idea di sé troppo alta o alla pretesa di dedicarsi a missioni troppo esaltanti. Certe forme di spiritualità cristiana hanno anche parlato dell’«odio di sé», favorendo un’interiorità puntigliosa e la caccia accanita contro i progetti interessati. (...)

Forse conviene distinguere: ne va dell’ambizione come dell’individualismo che può riguardare sia il migliore sia il peggiore (equivale allora all’egoismo, per parlare come Tocqueville). D’altronde i nostri dizionari distinguono l’ambizione come desiderio ardente di ciò che lusinga l’amor proprio (beni, poteri, onori) e l’ambizione come desiderio ardente di una qualche riuscita di ordine superiore. Si tratta, in effetti, di un’ambizione che schiaccia gli altri, rivelando un individuo chiuso in se stesso e alla ricerca morbosa dell’affermazione di sé a danno di ogni altra preoccupazione. (...) Ma non bisogna gettare il bambino con l’acqua sporca. Non è per il fatto che l’ambizione può alterarsi che bisogna pronunciare una condanna senza appello. Infatti, possiamo prendere in considerazione due tipi di argomentazioni complementari in favore di un’ambizione rettamente intesa.

Anzitutto è sano essere ambiziosi nei confronti di se stessi. (...) Non è forse questo un comando evangelico, sconosciuto o sottostimato dalle spiritualità dell’odio di sé che sono state evocate in precedenza? L’elenco di tutte le metafore che nei testi dei Vangeli mettono in evidenza la semenza, il chicco di grano, il lievito, i frutti degli alberi, la loro «produttività» («un buon albero produce buoni frutti») potrebbe continuare all’infinito; queste metafore predispongono lo spirito a prendere in considerazione le germinazioni e le virtualità del reale. Moltissimi passaggi condannano la sterilità, ad esempio paragonandola a un albero di fico senza frutti. (...)

Si incorrerebbe in uno sbaglio se si vedessero in queste prescrizioni solo propositi edificanti. Esse in realtà sono in contrasto con l’affossamento attuale delle volontà; si oppongono a ciò che certi autori chiamano «la fatica di essere se stessi» (secondo l’espressione di Boris Cyrulnik), che sarebbe abbastanza tipica di uno stato di cose molto condiviso. Fatica che rende il desiderio anemico e vano, che sterilizza ogni progetto o genera un malessere condiviso da molti e che si basa sul dubbio nei confronti di sé. (...) Ci sono molte cause per questa «fatica dell’essere se stessi», ma giustamente i discorsi disfattisti sull’assenza di avvenire delle nostre società finiscono per creare un’atmosfera deleteria, poco propizia a una sana ambizione per sé e per la società. Al contrario, l’esaltazione sconsiderata dello spirito imprenditoriale e di conquista e la lotta implacabile per la riuscita finiscono per scoraggiare e annientare le volontà deboli o insicure. Inoltre, un effetto inaspettato di una simile esaltazione si manifesta nel timoroso ripiegarsi su se stessi davanti a progetti ritenuti gravosi o inaccessibili. (...)

Bisogna tuttavia avanzare una seconda considerazione in favore dell’ambizione. Non si può fare nulla senza l’amore per se stessi o senza la preoccupazione di valorizzare i propri talenti (...). Ma una tale ambizione si guasterebbe presto se prevedesse solo la preoccupazione di sé o il solo sviluppo dei propri talenti o dei propri interessi. Un’autentica ambizione si articola su un progetto che le dà forma, che cristallizza le energie della volontà, che rende coerente il desiderio di fare qualcosa piuttosto che niente. Essa è dunque «servizio», anche se questa parola un po’ obsoleta fa troppo «cattolico» e può riportare alla mente omelie scialbe, se non addirittura deprimenti. Non si ha ambizione per se stessi, poiché la coltivazione dei propri talenti personali ha come scopo il metterli al servizio di un progetto: riuscire nella propria coppia, nell’educazione dei figli, a far prosperare un’impresa o un progetto sociale, sviluppare le potenzialità di un Comune o di un Paese in vista di una convivenza migliore, preoccuparsi di essere efficaci nella lotta contro le malattie, le ingiustizie o le ineguaglianze sociali, lavorare per il progresso delle scienze e delle tecniche...

Qui, senza alcun dubbio, occorre evitare il volontarismo. Non si tratta di sottomettersi a ideali inaccessibili o logoranti che finiscono a loro volta per schiacciare la volontà sotto il peso di carichi insostenibili o di vedute idealiste e quindi scoraggianti nel lungo termine. Ricordiamo che tocca a ciascuno coltivare i propri talenti e non piegarsi a un ideale che non tenga conto delle possibilità concrete proprie di ciascuno. Ma d’altro canto bisogna anche valorizzare ogni forma di speranza. (...)

Solo una speranza (più giustizia, più solidarietà, più amore nella coppia) può motivare l’ambizione di una volontà intraprendente e strappata ai suoi torpori o ai suoi dubbi. Bisogna credere in ciò che non si vede ancora, parafrasando la Lettera agli Ebrei al capitolo 11, sperare dunque in ciò che non è ancora; ci si mobilita qui e ora, concretamente con i mezzi che si hanno, per prepararne la venuta. L’aspetto mobilitante della speranza è essenziale, e bisogna qui reagire contro chi, dopo aver riposto la propria fiducia in ideali fallaci o in un avvenire radioso, brucia ciò che ha adorato e professa congiuntamente la fine delle «grandi storie» e la morte della speranza. (...)

Vi sono mille ragioni per mettere in dubbio, ai giorni nostri, le ambizioni (o le speranze) collettive. Troppe delusioni profonde hanno segnato il XX secolo perché non se ne sia conservata la lezione. Ma da qui a predicare la sola cultura del presente o la ricerca del proprio interesse c’è un limite da non superare, poiché questa prospettiva fasulla, frutto della delusione, porta in sé i germi di un nichilismo distruttore della volontà o alimenta le fonti di disperazione mortale per tutti. (...)

Si vedono benissimo le conclusioni di una tale ideologia, che giustificano l’eutanasia, la prostituzione nel nome della libera proprietà del proprio corpo, l’aborto e persino il suicidio... Morali fatte su misura per compiacere le esigenze attuali dell’individualismo più cinico si oppongono a ogni forma di ambizione, compresa quella nei confronti di noi stessi. Ebbene, contro queste prospettive latrici di morte e distruttive della volontà, occorre mantenere il valore e la forza delle ambizioni collettive in grado di mobilitare le volontà. E con questo non si intendono programmi politici, di cui ognuno conosce la parte illusoria, anche se, d’altra parte, la loro necessità è indiscutibile. Bisogna piuttosto che ciascuno si mobiliti dove si trova e com’è, per darsi l’ambizione sia di tenere il proprio posto nel mondo sia di essere solidali con gli altri, non se ne dispiaccia John Stuart Mill. Ciò che è quindi in discussione è la valorizzazione della creazione, della possibilità di generare il nuovo, dell’occasione offerta a ciascuno di portare un contributo, anche limitato, alla costruzione della vita comune, non il proprio sacrificio nel nome di grandi disegni collettivi destinati a preparare un avvenire radioso. (...)

La riabilitazione dell’ambizione, è evidente, non sfocia nel resuscitare grandi progetti collettivi proposti dall’esterno a deboli volontà. Consiste piuttosto nell’aiutare le volontà a voler essere, a volere ciò che è loro possibile e necessario per esistere autenticamente. Se non si risvegliano le virtualità del voler essere, del provare ambizione per se stesso e per gli altri che sono insite in ciascuno, il nichilismo proseguirà la sua corsa come una sirena che sussurra a ognuno che è inutile volere, che la prima preoccupazione è cercare il proprio interesse e soprattutto che non bisogna ambire a mettere in atto i gesti necessari alla solidarietà umana, sotto il pretesto fallace di non nuocere agli altri. (...)