Monaldo Leopardi il reazionario lodato da Moravia

Elogi al «fiuto geniale» e alla «settecentesca amabilità» in un volumetto uscito 61 anni fa

Leopardi, Shelley, Stendhal, Kafka: basta una piccola campionatura per fare del cattivo rapporto col padre un leitmotiv assai ricorrente nella letteratura dall’età romantica in poi. Ricordi, epistolari, confessioni autobiografiche lasciano tracce visibili di queste frequenti incomprensioni. Mentalità in conflitto tra loro, figlie di diverse generazioni, ma con un filo rosso onnipresente: il destino postumo del padre, condannato ad avere un figlio migliore di lui. E a patire in eterno della cattiva stampa e di un giudizio affidato ai posteri, su cui è impresso il marchio di infamia segnato dal discendente suo fiero oppositore e desideroso di libertà.
Se non fosse stato genitore di quel genio di nome Giacomo, allo sventurato Monaldo Leopardi sarebbe forse toccato un destino differente da quello sbrigativamente esposto su ogni manuale letterario: l’oblio o altrimenti appena qualche cenno alle sue ambizioni culturali coltivate con lo spirito polemico del reazionario in aperto conflitto col suo tempo. «Laudatores temporis acti», nostalgici del tempo che fu: la galleria di pensatori, storici e filosofi presenta illustri predecessori, dai tempi delle battaglie di Catone il Censore contro i «corrupti mores» della frugale Roma infiacchita dalle usanze greche.
Dalla provincia marginale in cui viveva, anche Monaldo si sentiva un uomo inadatto ai tempi, che per di più gli regalavano un figlio ingeneroso, cresciuto sui libri della sua sterminata biblioteca ma presto in urto col suo passatismo di retrivo erudito con la mania della filologia e della tradizione classica. Da quel conflitto è nata la sua notorietà riflessa, corredata da immancabili etichette morali e ideologiche al tempo stesso: il bigotto insoddisfatto, il gretto autoritario ancorato a anacronistici pregiudizi, il feroce liberticida (tanto nell’esposizione delle sue idee politiche quanto nella soffocante clausura imposta in famiglia).
Finisce per andarne di mezzo, oltre che il padre, anche l’intellettuale, il convinto legittimista nemico della Rivoluzione francese e oppositore dell’avventura napoleonica che si estendeva anche alle sue Marche, eppure non per questo degno dell’ostracismo che per primo gli decretò Giacomo. A cui, tra l’altro, si deve il giudizio implacabile sulla sua opera letteraria, in particolare su quei Dialoghetti sulle materie correnti nell’anno 1831, definiti, a dispetto del successo ottenuto in tutta Europa, «sozzi fanatici dialoghetti». E invece si tratta di riflessioni non prive di interesse sul fallimento dei moti mazziniani, in cui l’analisi politico-ideologica va a braccetto con un’ampiezza di letture, estese anche ai nemici illuministi francesi, che rendono il libro di Monaldo non meritevole della qualifica di «infamissimo, scelleratissimo libro» bollata dai livori filiali.
La cosa strana però è che a sdoganare il becero bacchettone fu, più di un secolo dopo, nel 1945, addirittura uno scrittore come Alberto Moravia, impegnato all’epoca in una battaglia ideologica di matrice assai diversa da quella intrapresa da Monaldo. Fu infatti l’autore degli Indifferenti a curare per la casa editrice Atlantica di Roma un piccolo, del tutto dimenticato, volumetto: Viaggio di Pulcinella. Il titolo, con cui i dialoghetti venivano ripresentati, si adattava perfettamente a quel «tratto di lazzaronismo popolaresco» che infarcisce i ragionamenti di Monaldo, un po’ alla Pulcinella, appunto, la maschera napoletana, notava Moravia, «in cui si riassumono tutti i vizi e tutte le deprimenti passività dell’antico popolo italiano», e che chiariva il proprio modo di pensare con la celeberrima rima «O Francia o Spagna pur che se magna».
Moravia, nell’introduzione al volume, non poteva esimersi dal descrivere l’autore come un «bollente difensore dell’assolutismo papale e monarchico», educato con un «bizzarro miscuglio di retorica, di grammatica, di lettere latine, di scienza spicciola e di aneddotica». Pur riconoscendogli una certa «prodigalità e socievolezza» tipica di «settecentesca amabilità», egli rimaneva pur sempre il rappresentante di «una pseudo cultura con molto formalismo, molta archeologia e nessun pensiero», di «un classicismo esangue e retorico» e di un «moralismo angusto di specie precettistica». Mentre il mondo cambiava, Monaldo restava «fermo all’Europa del 1789», deciso assertore della Restaurazione e di tutti i mezzi adatti a sconfiggere la causa del liberalismo.
Eppure, il progressista Moravia non resisteva alla tentazione di lodarne il «fiuto geniale» e certe lungimiranti analisi del nazionalismo. A un certo punto della sua operetta, Monaldo infatti scrive, rivolgendosi direttamente ai principi: «Voi per uno zelo malinteso della sovranità avete levato alli comuni mortali tutti i loro privilegi, tutti i loro diritti, tutte le loro franchigie e libertà e avete concentrato nel governo ogni filo di potere, ogni moto, ogni spirito di vita». La conseguenza di tale miopia politica è stata aver «reso stranieri gli uomini nella propria terra, abitatori e non più cittadini della loro città». Da questa perdita di appartenenza e «dalla abolizione dello spirito patrio è insorto lo spirito nazionale il quale ha ingigantito gli orgogli e i progetti dei popoli». Da non credere, scrive Moravia: per bocca di uno che «vedrebbe volentieri ripristinata la rete dei privilegi e dei particolarismi feudali», il nazionalismo e i suoi mali vengono descritti con «insolita acutezza».
Manca poco per auspicarne una difficile cooptazione nella galleria dei pensatori illuminati. E invece, sia pure a malincuore, Moravia doveva cercare altrove precursori e nuovi iscritti dell’edificanda cultura progressista nazionale. Alla fine infatti non poteva che concludere la sua parziale riabilitazione recriminando: «Che peccato che Monaldo sia un reazionario»!