Il mondo è diviso fra Ateniesi e Beoti

Due visioni, due categorie dello spirito che si scontrano per poi contaminarsi

Il problema culturale, da noi, non può essere ridotto a un problema di sinistra e destra. Se ne può parlare, forse, a proposito dell’occupazione degli spazi culturali - e qui è sufficiente un bravo storico a spiegare i perché e i percome - ma ci troviamo già su un piano di gestione del potere: politico, dunque, anzi: amministrativo.
Fin dall’antichità - scrive il poeta australiano Les Murray commentando una poesia di Porter nel suo ultimo libro Lettere dalla Beozia - due modelli culturali si fronteggiano. Il primo, da sempre dominante, è quello «ateniese», che concepisce la cultura nei termini della dialettica e della computistica: una cultura cittadina, laica, dove il tempo corre in linea retta, e soprattutto elitaria.
Ma esiste un’altra cultura, che Murray fa risalire alla Beozia (terra invisa e derisa dagli Ateniesi): una cultura legata alla terra e alle sue fonti sacre, dialettale, urbana, «bassa», religiosa, diciamo pure provinciale. Dalla Beozia vengono due dei maggiori poeti greci: Esiodo e Pindaro.
Ogni civiltà allo stato aurorale ha conosciuto un momento «beota», così come vi sono stati punti (di breve durata) in cui le due culture hanno coinciso: Murray cita Dante, noi possiamo aggiungere Shakespeare. Poi però viene sempre il momento in cui Atene (o, meglio, la Roma ellenizzata, che si fonda sulla forte alleanza tra élite intellettuale e potere imperialista) impone il proprio gioco.
È questo gioco a creare i contrasti come «moderno/antiquato» o «colto/rozzo», di cui è difficile non avvertire la natura oppressiva e opprimente. I giochi, naturalmente, non sono poi così semplici. Non dobbiamo pensare, ad esempio, che «beota» stia sempre e comunque per «popolare», e che «ateniese» significhi per forza «raffinato». Il discrimine è sul potere, sulla cultura intesa come potere, gestione.
Può capitare - è capitato e capita ancora - che l’élite «ateniese» faccia propri i modelli beoti là dove questi coprano un potere interessante: il cinema, ad esempio, all’origine e come destinazione è sicuramente un’arte popolare, «bassa», ma l’élite intellettuale ha sempre cercato (spesso riuscendoci) di assumere al suo interno un ruolo dirigente e dirimente sul che dire e sul che fare. Così che il cinema si è trasformato in un formidabile strumento di diffusione ideologica. Allo stesso modo, può toccare ai «beoti» il compito di salvare i valori di quanto la cultura alta, dunque «ateniese», produsse in passato e di cui adesso vorrebbe disfarsi.
Queste osservazioni, che Murray riferisce alla cultura australiana, risultano perfettamente pertinenti a tutta la cultura occidentale e a quella italiana in particolare, dove la divisione è netta. Sospetto che molte delle posizioni assunte da intellettuali e scienziati (penso anche al recente caso dei referendum) nascano essenzialmente da un problema di mantenimento dei ruoli. Dissociarsi significherebbe una perdita di potere e di prestigio intellettuale. Quelli che insistentemente si lamentano del dominio culturale della sinistra in Italia (diciamo, meglio: di una certa sinistra) non hanno torto, ma si pongono in una prospettiva esclusivamente «ateniese», ossia di potere culturale. Il loro problema principale è quello di scalzare quella élite per sostituirvene un’altra: una nuova élite «ateniese», insomma.
Trovo, viceversa, che il terreno di lavoro più proficuo e interessante stia sul versante «beota». Gli ateniesi stanno attraversando una crisi profonda, una crisi di modelli. Un tempo c’erano le ideologie, ora rimangono alcune vaghe mitologie d’importazione (principalmente americane). E sono convinto che sostituire «questi» ateniesi con «altri» ateniesi non sia il problema principale. La crisi di modelli è generale.
Viceversa, l’Italia presenta, sul fronte «beota», una ricchezza enorme e in gran parte tuttora sconosciuta - e verrebbe da dire: meglio così, visto quello che succede (penso ai dialetti) non appena gli «ateniesi» ci mettono le mani. Lo scempio fatto a Sud dalle ideologie non ha paragoni nemmeno nello scempio edilizio.
Quello che ci fa provinciali è l’importazione dei modelli, non la vera valorizzazione della provincia, della nostra pietas antica, della nostra povera carne italica: povera e affamata, ma così piena d’ingegno, così capace di vere sorprese.