«Un mondo più ricco è anche più buono»

L’esistenza di una correlazione positiva tra lo sviluppo materiale di una società e la sua capacità di migliorare sul piano civile è continuamente e irragionevolmente negata. Bene fa quindi Benjamin M. Friedman ne Il valore etico della crescita (Università Bocconi Editore, pagg. XIV-704, euro 34,50) a sostenere che «il miglioramento del tenore di vita favorisce l’apertura, la tolleranza e la democrazia». Nel suo volume, insomma, l’economista di Harvard prende di petto quell’idea (variamente pauperista ed estetizzante) secondo la quale vi sarebbe un contrasto tra l’opulenza materiale e la capacità di superare i conflitti, le difficoltà morali, le ristrettezze culturali.
Che il denaro sia corruttore e che quindi tutti dovrebbero preferire una dignitosa austerità è idea tanto comune quanto priva di buoni argomenti. In primo luogo, Friedman rileva come soltanto una società che cresce sia in grado di affrontare uno tra i più seri problemi di ogni tempo: quello della povertà. Condizione fondamentale per vincere la miseria è che si affermino le logiche - essenzialmente liberali - che hanno fatto ricchi l’Europa, il Nord America, l’Estremo Oriente e altre poche aree fortunate.
Ma l’importanza della crescita sul piano morale, a giudizio dell’economista americano, può essere riconosciuta anche su ulteriori piani. Utilizzando dati empirici, Friedman sottolinea la correlazione tra il benessere e la capacità di interagire positivamente, intendersi, rispettare i diritti altrui. Non è un caso, insomma, se l’ascesa al potere di Adolf Hitler fu preceduta da una grave crisi economica e che i fenomeni di intolleranza siano frequenti nei momenti di crisi: quando la gente perde il posto di lavoro ed è quindi più disposta a dar credito alla predicazione politica populista.
Il volume ha inoltre il merito di rappresentare una netta difesa della globalizzazione. Di fronte alle nuove possibilità offerte da un’economia che tende sempre più a ignorare i confini nazionali, l’autore rileva quindi come «a lungo andare la strategia cinese di impegno sia vincente, mentre è perdente la scelta protezionista di Myanmar». Mentre l’ex-Birmania rigetta ogni possibilità di aprirsi alle altre economie e in tal modo declina progressivamente, la Cina compie la scelta opposta e migliora al ritmo del 10 per cento l’anno.
Nelle parti dedicate agli Stati Uniti l’opera di Friedman presenta tesi discutibili. In particolare, la lettura del New Deal appare assai convenzionale e riproduce lo schema di un Presidente eroico che sfida ogni avversità in nome del Bene e del Progresso. In realtà, quanto sia stato irresponsabile il comportamento di Roosevelt è ormai evidente, così come la sua cinica abilità a muoversi nell’universo della politica politicante. Friedman non nega che le scelte di politica economica degli anni Trenta siano state incoerenti e spesso abbiano avuto perfino obiettivi contrastanti, ma continua a difendere quella che chiama la «sperimentazione pragmatica» di un politico determinato a «fare accettare alla società una concezione più ampia della democrazia economica». Nel volume di Friedman, insomma, permane una sopravvalutazione del ruolo del ceto governante.
L’autore rigetta l’idea che il libero mercato (basato sulla proprietà privata e la libertà di contratto) sia in grado di contrastare assai meglio di quanto non faccia la politica quei problemi che tendiamo a delegare all’apparato pubblico. Non crede, in altri termini, che concorrenza e responsabilità siano più efficaci del monopolio di cui sono investiti i funzionari di Stato. In fondo, il problema maggiore del libro - pur efficace nel riaffermare l’importanza della crescita economica - sta nell’incomprensione del fatto che il diritto deve evolvere autonomamente e che difficilmente possiamo avere un vero ordine giuridico dove le regole sono semplici decisioni calate dall’alto. Come ha spiegato Bruno Leoni, la grandezza della stessa tradizione anglosassone poggia in larga misura sul common law: e quindi su una logica giuridica che sottraeva al ceto politico la possibilità di fare e disfare le norme.
La crescita materiale e ancor più la pacifica convivenza non hanno bisogno di pianificatori illuminati, ma di una progressiva apertura degli spazi di libertà: tra le nazioni e al loro interno. Per questo ha ragione Giorgio Toniolo quando nella prefazione al volume rileva il carattere pacifico delle società liberali e sottolinea che «se vogliamo continuare a vivere in una società decente siamo condannati a rilanciare lo sviluppo». Ma una vera crescita difficilmente potrà radicarsi dove la politica non si ritrae e dove il diritto non torna a riappropriarsi della sua autonomia.