Un mondo a rovescio ma neanche poi tanto

Esiste un’incredibile distanza tra le favelas di Zurigo e le strade della ricchissima Asmara, tra la Grecia, culla di diffusione dell’Aids, e le grandi basi spaziali della Liberia e del Mali. Non parliamo poi del disastro economico nord americano dove milioni di poveri senza Internet sognano un iper tecnologico Keren Valley project e ogni sforzo di «africanizzazione», sostenuto dalla Kenyatta School of European and American Studies, è risultato fallimentare.
Dopo queste poche righe vi sembra che l’orbe terraqueo si sia improvvisamente capovolto, oppure che qualcuno abbia buttato dell’acido lisergico nel caffè della vostra prima colazione? No, avete avuto solo un piccolo assaggio de Gli Stati Uniti d’Africa (in Italia tradotto e pubblicato da Morellini), l’ultimo romanzo di Abdourahman A. Waberi, forse il più famoso degli enfant terrible della letteratura afro-francese.
Il librino racconta una storia semplice semplice: in un mondo in cui l’Africa è una federazione, e la prima potenza economica mondiale, una ragazza bianca, ormai un’artista affermata, dopo la morte della madre adottiva, decide di tornare in Europa, in una Bretagna dilaniata dalla guerra. La trama nella sua essenzialità non rende però giustizia della complessità dei sentimenti suscitati nel lettore e nella critica. Siamo, infatti, lontani dal racconto moraleggiante, quello raccontato da Wabery è proprio un mondo speculare al nostro.
La giovane Maya, bianca ma africanizzata, capisce subito di avere poco a che fare con chi vive nei bassifondi di una Parigi che assomiglia al villaggio medievale che fu, l’incontro con la madre naturale le regala solo emozioni dolorose, è un abbraccio che non sana, che non restituisce unità alla sua vita. Esattamente come ogni successo nelle ricche gallerie africane non ha mai lenito il ricordo degli insulti subiti da bambina: «Faccia di latte cagliato». Tutto quello che si sente di poter fare è tornare a casa, spedire soldi in Bretagna per aiutare la genitrice e scordarsi di lei. Nemmeno i colonialisti africani che hanno occupato l’Europa, approfittando del suo centenario scontro con i turchi, sono buoni o cattivi. Sono solo persone che stanno dalla parte giusta della storia. Portano come possono il «fardello dell’uomo nero», con qualche senso di colpa di prammatica, il vocìo degli intellettuali di sinistra, un po’ utopisti e un po’ cialtroni, i richiami alla tolleranza di una religione islamica vincente e quindi pacificatrice, le ricette economiche che ad esportarle non funzionano.
Il risultato è che quando si chiude la copertina si ha l’impressione di aver camminato, come dicono gli americani, nelle scarpe dell’altra metà del pianeta. Del resto come racconta Waberi al Giornale: «Il romanzo sviluppa un mondo nuovo, cangiante bello e duro allo stesso tempo. L’idea era quella di un racconto filosofico a la maniera di Voltaire o di Swift, ma senza moralismi». E se gli esiti restano uguali anche se lo scontro di civiltà va alla rovescia è perché «non ci sono grandi differenze tra gli uomini. Io ho raccontato un mondo al negativo, dove i problemi restano e sono uguali ai nostri». A cambiare, semmai, sono i nomi dei pochi cervelli che rendono l’esistenza migliore ed è questo a dare straniamento: «I grandi nomi dell’arte, della letteratura, della musica sono africani o di una diaspora bianca africanizzata. In fondo è un elogio al sogno, alla cultura, all’immaginazione che sopravvive e si moltiplica comunque vada la storia».