"56 euro al mese per vestiti H&M". Migliaia licenziati in Bangladesh

Lavorano anche per i più noti marchi occidentali, ma stentano a sopravvivere

Ci sono i nomi di marchi notissimi come Zara, Gap e H&M tra i clienti delle manifatture di Ashulia, centro del tessile in Bangladesh per il quale lavorano migliaia di persone e di recente al centro delle cronache per uno sciopero che ha portato molti di loro a incrociare le braccia, in protesta contro condizioni salariali che ritengono inaccettabili.

In decine di migliaia hanno imbracciato bandiere e cartelli con gli slogan, dopo un primo licenziamento di 121 lavoratori, da cui è scaturita una protesta di massa per quei solo circa 56 euro che ognuno di loro riceve ogni mese per produrre capi che poi finiscono negli store di marchi molti noti del mercato occidentale.

Manifestazioni di grande portata, con almeno dieci feriti, quando la polizia ha aperto il fuoco con proiettili di gomma e che hanno portato alla chiusura temporanea di almeno cinquanta impianti, ma anche a conseguenze ben più spiacevoli.

Secondo quanto riporta il Guardian sarebbero almeno 1.500 i lavoratori che sono stati lasciati a casa dai rispettivi datori di lavoro dopo le proteste, per uno stipendio che, secondo gli attivisti, vale un quinto della cifra necessaria per mantenere condizioni vita accettabili, pure in un Paese non di certo ricco come il Bangladesh.

Commenti

Raoul Pontalti

Mar, 27/12/2016 - 17:56

Questa è la globalizzazione...I prodotti sono realizzati là dove conviene al capitalista che prende la materia prima in un paese, fa effettuare le prime lavorazioni (tessitura) in un altro, confezionare l'abito in un altro ancora, poi lo porta in Italia dove vi mette il marchio et voila! Il made in Italy! I "cattolici" imprenditori italiani accoppati dagli "islamisti" a Dacca nel luglio scorso erano sfruttatori di manodopera locale e allo stesso tempo derubatori di lavoro italiano in patria. 56 euro al mese per lavorare 12 ore al giorno mentre in Italia questa è la paga giornaliera di una donna delle pulizie marocchina. Io per ragioni etiche oltre che pratiche non compero pressoché nulla con marchio italiano da oltre 20 anni (eccezioni: pasta, parmigiano, prosciutto e vino) e me ne vanto.

killkoms

Mar, 27/12/2016 - 19:10

@raoul,tranquillo!grazie alla "globalizzazione" della manodopera,che viene anch'essa "importata"(come i prodotti finiti),in Italia 56 € al giorno,una donna delle pulizie,sia essa marocchina,italiana o euro orientale se li sogna!ti rendi conto di quanti "italiani" lavorano coi "vocheur"? il tuo commento sugli uccisi di dacca,è alquanto ingeneroso,anche perché chi ha ucciso quelle persone,non lavorava a 56 € al mese!

gianpiz47

Mar, 27/12/2016 - 19:14

Raoul Pontalti immagino che i tuoi vestiti siano stati realizzati su marte. Mi dai l'indirizzo del fornitore, così anch'io non mi servirò più di merce italiana, se esiste ancora.

gcf48

Mar, 27/12/2016 - 19:40

pontalti lei è sempre fuori di melone. Se non compera italiano cosa compera? zara gap h&m? Complimenti

rokko

Mar, 27/12/2016 - 20:58

Raoul Pontalti, di solito non sono d'accordo con lei, ma stavolta sì. Il made in Italy l'abbiamo rovinato noi, permettendo di marchiare come tale capi di abbigliamento prodotti chissà dove, a costi cinesi ma venduti a prezzi italiani. Il risultato è che ormai la roba made in Italy (parlo solo dell'abbigliamento) è in genere indistinguibile da quella made in prk, e nessuno che non sia fesso per averla è disposto a spendere un euro in più rispetto alla roba cinese. Ormai compro tutto online all'estero, roba che nei negozi italiani è a 150 euro la trovi all'estero a 14 euro (e non sto esagerando).

Anonimo (non verificato)

Ritratto di giorgio.peire

giorgio.peire

Mer, 28/12/2016 - 06:52

La colpa + solo e soltanto dei sindacati.

Ritratto di mariosirio

mariosirio

Mer, 28/12/2016 - 07:23

Nessuno dalla parte di Vogue si è mai interessato agli operai, la moda se ne frega dei poveri finché non vogliono essere pagati per lavorare...Allora si scopre un posto migliore e come le cavallette si va in un posto più economico. La storia dell'industria tessile è fondata su sfruttamento e abbandono di giacimenti umani, non siamo ipocriti, ci interessa che la camicia sia cucita dritta? Che sia pulita all'acquisto? Zara dimostra il no coi numeri perché d'altra parte nelle lavanderie italiane ogni giorno vengono rovinate migliaia di camicie nelle asciugatrici, tanto vale pagare poco o niente...

Ritratto di pedralb

pedralb

Mer, 28/12/2016 - 08:55

@rokko....grande perchè non ci vai anche a vivere all' estero!!!! Dubito che qualcuno ti rimpianga!

bobots1

Mer, 28/12/2016 - 09:55

Ed invece io se riesco, perchè non è facile, non compro i prodotti made in china e non vado nei negozi cinesi. Pagherò un po' di più ma non facendolo ci roviniamo con le nostre mani. Essere contro la globalizzazione e poi comprare prodotti cinesi...che ipocriti! Che poi alla fin fine quasi tutto si produca in oriente lo sappiamo ed è altamente triste.

roby55

Mer, 28/12/2016 - 10:13

Gentile Raoul Pontalti - 17:56, concordo con lei che questa globalizzazione incontrollata e sregolata abbia prodotto più danni che vantaggi al nostro Paese e ai nostri prodotti. Quanto agli imprenditori italiani «sfruttatori di manodopera locale e allo stesso tempo derubatori di lavoro italiano in patria» io aggiungerei che se in Italia il lavoro non fosse eccessivamente tassato e il sindacato fosse stato più equilibrato, molti di quegli imprenditori ora sarebbero ancora in Italia. Io compro in Italia e cerco possibilmente di comprare italiano. Cordiali saluti.

roby55

Mer, 28/12/2016 - 10:18

Quanto agli imprenditori stranieri che investono in un paese sono sottomessi alla vigente legge del lavoro e quei 56 euro molto probabilmente è la paga prevista in quel paese per quella categoria di operai. Qui è lo stato del Bangladesh che deve intervenire.

giovauriem

Mer, 28/12/2016 - 10:34

il sistema di lavoro del bancladesh è quello che la merkel sta cercando di portare in europa , quanto più saranno i poveri più bassi saranno i salari .

Pippo3

Mer, 28/12/2016 - 10:50

abbiamo un Raoul Pontalti in versione trumpista-lepenista-leghista. Complimenti!!!

paràpadano

Mer, 28/12/2016 - 11:53

Ecco il posto giusto dove inviare la Camusso !

Ritratto di Zagovian

Zagovian

Mer, 28/12/2016 - 12:01

@roby55:....una premessa:In Cina,come in Bangladesh,le "grandi marche","affittano" una certa fabbrica(che secondo loro ha i requisiti di base),per la produzione dei loro prodotti,ma TUTTA LA GESTIONE,LA PROPRIETA' della stessa,è in MANO A GENTE LOCALE!!!In genere,inviano solo dei tecnici,dei managers,per il controllo della "qualità"!TUTTE LE RISORSE SONO GESTITE DAI LOCALI,SECONDO LEGGI LOCALI!!Per quanto riguarda il Bangladesh,ricordo che in quell'Area,è il Paese,con il più alto grado di SINDACALIZZAZIONE,laddove in una Fabbrica di 1.500 persone,possono benissimo coesistere 50-100 sindacati!!....Quanto ai commenti di@Pontalti,lasciamo perdere.....

Ritratto di stenos

stenos

Mer, 28/12/2016 - 12:24

Il problema e' che vogliono ridurre l'itaglia cosi'. Salari da fame, senza orari. Il voucher e' il primo passo. Se no cosa servono le migliaia di negri che importiamo?

Lucky52

Mer, 28/12/2016 - 12:28

Raoul e rokko fossi in voi non mi vanterei così tanto di non comprare italiano ma cinese o peggio via internet. Così siete complici della chiusura e della disoccupazione di milioni di italiani. In quanto alla qualità credetemi... la differenza sia dei tessuti, delle scarpe e di altre cose si vede e si sente tra quella marcata e quella pinco pallo di fabbriche cinesi non controllate dai marchi.

killkoms

Mer, 28/12/2016 - 12:33

@rokko,alcuni anni fa,questo giornale fece un'intervista ad un imprenditore tessile,fallito,il quale nel resoconto che fece della sua avventura lavorativa,dichiarò che "molte" delle case di moda italiane (specialmente quelle che fanno solo i disegni e i modelli degli abiti ma che poi se li fanno produrre da terzi) erano dietro alla crisi di quel settore (oltre alla concorrenza dei paesi "emergenti")!grazie a prezzi imposti,attrezzi costosissimi,stampelle per gli abiti fatte pagare 4/5 € l'una,eccetera,il settore dopo essere stato ben "spremuto",è andato a e p.,e quei signori ora si riforniscono all'estero!

rokko

Mer, 28/12/2016 - 14:49

killkoms, il problema è soprattutto normativo. Il vero made in Italy esiste ancora oggi (sempre meno), è fatto per lo più da piccoli, ed ha una qualità talmente superiore alla roba cinese che non ci sarebbe nemmeno bisogno della scritta per distinguerlo, e chiunque sarebbe disposto a pagarla molto di più. Purtroppo, le grandi firme ormai offrono solo qualità cinese, e le leggi italiane permettono di apporre il "made in Italy" su roba fatta per lo più altrove; ecco che il made in Italy non è più garanzia di qualità. Occorrerebbe una restrizione: made in Italy solo per le cose prodotte interamente in Italia, salvo la materia prima.

rokko

Gio, 29/12/2016 - 12:46

Lucky52 non scriva sciocchezze. I responsabili della disoccupazione nel settore non sono coloro che non sono più disposti a pagare dell robaccia prodotta in Cina a prezzi made in Italy, ma chi ha fatto lobby per poter marchiare Made in Italy quella robaccia fatta chissà dove. Secondo, non ho detto che compro roba cinese senza marca, ma che compro roba di marca all'estero (Uk, per la precisione) pagandola un quinto o meno di quello che costa in Italia, che poi è quello che vale visto che è roba cinese o, se va bene, polacca o rumena).