Afghanistan, il volontario che disegnava Caravaggio

Così un afgano ha dipinto sul muro di un ospedale tra la curiosità dei malati che si lasciano scivolare le giornate fumando sigarette e bevendo tè

Kabul - Sono tornato in Afghanistan per la terza volta. Ogni volta che ho lasciato questo paese spaccato da una guerra infinita mi sono detto "basta!". La prima volta è stata all'indomani della caduta dei Talebani nel 2002. Il tempo passa, smorza le emozioni ed eccomi nuovamente qui.

A Kabul mi piace spesso andare il fine settimana presso il vecchio edificio utilizzato dal Re. Il palazzo del Darul Aman. Qualche giorno fa sono voluto tornare dopo un decennio all'interno del palazzo del Re dove con un gruppo di cameraman afgani abbiamo girato delle scene per un video che ho fatto fare per parlare del nostro lavoro in Afghanistan. L'edificio bucherellato da anni di guerra è sempre li come un monumento del glorioso passato del Re ed immagine di un presente ostaggio di se stesso. Seguo per conto della mia organizzazione il difficile confine dell'est. Le provincie più remote e disagiate. Il Nuristan a ridosso del Badakhshan proprio al confine con il Chitral luoghi resi famosi per le battaglie degli inglesi nel novecento e anche la regione di Paktika nota per il suo confine caldo con il Pakistan e per i recenti attacchi terroristici di una spaventosa crudeltà.

A Kabul la mia organizzazione segue anche una struttura molto particolare. Si tratta del Mental Health Hospital l'unico ospedale in Afghanistan che tratta malattie mentali. Da oltre tre anni siamo impegnati nella formazione del personale medico ed in attività di ristrutturazione di questo complesso . La prima volta che visitai l'ospedale fui colpito dal via vai di gente. C'erano poliziotti che scortavano detenuti in catene per delle visite mediche, giovani afgani vittime e schiavi della droga che affollavano il piccolo giardino all'interno della struttura. In fondo vi era la zona riservata alle donne, giovani ragazze e non solo.

Come è di consueto nelle mie missioni cercavo un muro, un palazzo dove poter dare respiro al mio bisogno di evadere, di ossigeno, di arte. Cosi fu che ho chiesto al direttore dell ospedale se potevo realizzare un dipinto all'interno dell edifico utilizzando un pittore locale, un mio autista. L'ospedale si riunì e decise di lasciarmi realizzare l'opera a patto che il disegno fosse accettato da un gruppo interno. Chiesi al mio pittore solo di avere un raggio luce che richiamasse lontanamente la luce del Caravaggio, come avevo fatto in tante altre occasioni in Africa. Così ogni giorno per una settimana un afgano si è messo a dipingere sul muro dell ospedale tra la curiosità dei malati che si lasciano scivolare le giornate in ozio totale fumando sigarette e bevendo tè.

Il raggio di luce è chiaro e forte. Si può non conoscere Caravaggio ma non si può certo sfuggire al fascino e la forza.