Arabia Saudita, prima condanna a morte per attivista donna

La donna era stata arrestata per “terrorismo” nel 2015. Il processo di appello dovrebbe iniziare il prossimo ottobre

Per la prima volta nella storia dell’Arabia Saudita, una attivista donna per i diritti umani è stata condannata a morte da un tribunale locale. Il reato contestato all’imputata era “terrorismo”. Diverse ong hanno definito “un precedente inquietante” tale verdetto e hanno esortato la comunità internazionale a esercitare “ogni tipo di pressione” sulle autorità del Regno in vista del processo di appello, fissato per il prossimo ottobre.

Israa al-Ghomgham, 29 anni, era stata arrestata nel dicembre del 2015 insieme al marito, Moussa al-Hashem, al termine di una manifestazione di protesta svoltasi a Qatif, nell’Est del Paese. I due attivisti per i diritti umani avevano partecipato a una iniziativa diretta a richiedere al Governo la liberazione dei prigionieri politici e la fine delle discriminazioni ai danni della minoranza sciita. La loro battaglia per le libertà civili è stata subito considerata dal procuratore della Corte penale di Riyad come “attività terroristica”. Recentemente, il collegio giudicante ha convalidato la tesi della Pubblica accusa, infliggendo a Israa al-Ghomgham e ad altri cinque attivisti la decapitazione. Qualora il processo di appello dovesse concludersi con la conferma del verdetto di primo grado, costei sarebbe la prima donna a essere giustiziata in Arabia Saudita a causa del proprio impegno per la democrazia.

Le associazioni per i diritti umani hanno immediatamente rivolto un accorato appello ai Governi alleati di Riyad affinché questi ultimi convincano re Salman ad annullare la condanna a morte. Ali Adubisi, direttore dell’European Saudi Organisation for Human Rights (Esohr), ha duramente criticato il sistema giudiziario saudita, etichettando come “ingiusto e fazioso” il processo istruito nei confronti di Israa al-Ghomgham: “Quella donna è una paladina dei diritti umani. Hanno presentato contro di lei prove fasulle. Per tre anni, Israa al-Ghomgham è stata costretta a vivere in una cella minuscola e buia, senza avere mai la possibilità di contattare un avvocato.” Anche Amnesty International, in un comunicato, ha condannato le autorità saudite per avere esercitato “pressioni sfacciate” nei riguardi dei magistrati chiamati a decidere sulla sorte della attivista: “Il processo che ha visto imputata Israa al-Ghomgham si è rivelato una vera e propria farsa. La Casa reale voleva una punizione esemplare, in grado di intimidire per lungo tempo il movimento per i diritti umani.”

Nonostante le importanti riforme avviate negli ultimi mesi dal principe ereditario Mohammad bin Salman sul piano delle libertà civili ed economiche, l’Arabia Saudita resta un Paese fortemente ostile alle istanze di democratizzazione. A maggio di quest’anno, le autorità hanno avviato una dura repressione nei confronti delle associazioni per i diritti umani. Decine di membri di queste ultime sono stati arrestati, incarcerati e torturati. Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, al giorno d’oggi vi sarebbero 58 detenuti nelle carceri del Regno in attesa dell’esecuzione. Quasi tutti i condannati sono attivisti ed esponenti di ong. Il tema delle libertà civili nel Paese mediorientale, inoltre, è stato alla base del recente scontro diplomatico tra Riyad e Ottawa.

Commenti

ohibò44

Gio, 23/08/2018 - 17:39

Di sicuro converrebbe a MBS concedere la grazia, sarebbe un grande spot pubblicitario per il dittatore islamico: sarebbe improcrastinabile, per un leader ‘illuminato’, cancellare certe leggi medievali invece di limitarsi a permettere alle ricche arabe di avere la patente