Asilo politico per i calciatori eritrei

I dieci calciatori eritrei che al termine dell'incontro con il Botswana avevano chiesto l'asilo politico l'hanno ottenuto, ora dal Paese sono fuggiti anche sette ciclisti che si sono rifugiati in Etiopia

Dieci calciatori che al termine dell'incontro anziché andare in albergo e prepararsi al volo per tornare in patria, scappano nel commissariato di polizia vicino alla stadio e chiedono asilo politico. Questa era la storia, raccontata anche da Il Giornale, avvenuta due settimane fa in Botsowana. Al termine del match tra la nazionale ospitante e l'Eritrea, gli atleti di Asmara avevano chiesto l'asilo politico per poter così evitare di tornare a vivere sotto la dittatura di Afewerki.

Quindici giorni, un'attesa interminabile, il proprio futuro, la propria vita, appesa a una decisione politica. Ma ieri la notizia che ha fatto esultare i dieci atleti. Il governo di Gaorone ha infatti concesso l'asilo ai calciatori. Se il destino quindi della squadra di calcio sembra avere avuto un epilogo roseo, molto più incerto è invece quello di un altro team sportivo che è fuggito dall'Eritrea e si è rifugiato nella vicina Etiopia. Ad essere scappati dalla dittatura sono stati anche sette ciclisti d'elitè. I professionisti delle due ruote avevano richiesto nuove attrezzature per poter competere nelle gare, ma queste non sono arrivate e difronte alla loro decisione di non disputare competizioni se non in possesso di materiale adeguato gli è arrivata la minaccia da parte del governo di: “correre oppure presentarsi al distretto militare”.

Nessuna scelta quindi e i ciclisti hanno iniziato così una nuova fuga. Non popolare ed epica come quella compiuta dal connazionale Daniel Girmazion al Tour De France di quest'anno che era riuscito anche ad accaparrarsi la maglia a pois. Una fuga solitaria invece, di un gruppo spaventato, senza ali di tifosi e flash, ma nel silenzio dell'incubo e nell'oscurità della notte, lontano dalla popolarità e da premiazioni, ma con un arrivo in un campo profughi simile all'amarcord di un ritorno dal fronte nostrano: né gloria né governi amici, ma la speranza che un domani possa esserci anche dopo aver vissuto giorni nell'orrore e notti nella paura.