Bamako, quella guerra silenziosa che va avanti dal 2012

Torna l'incubo jihadista in Mali, nonostante l'allargamento del dispositivo militare francese e americano nella regione, e la missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite

Torna l'incubo Parigi. Stavolta però nella capitale maliana Bamako dove si contano già diverse vittime nel bilancio provvisorio di una sparatoria avvenuta stamattina all’alba nell’hotel Radisson, ad opera di un commando di jihadisti. Quella guerra silenziosa che da quasi quattro anni lacera l’ex colonia francese, quindi, sembra continuare. E sembra essere tutt’altro che risolta, nonostante l’intervento militare francese del gennaio 2013 e il dispiegamento di una missione di pace delle Nazioni Unite.

Si tratta di un conflitto provocato in gran parte dalla destabilizzazione della Libia di Gheddafi dopo l'intervento Nato del 2011, che dall’aprile del 2012 insanguina soprattutto il nord del Paese. Nell’aprile del 2012 infatti, i Tuareg dell’Mnla, dopo essere tornati in patria, reduci dai combattimenti in Libia nelle fila dell’esercito lealista di Gheddafi, con armi e addestramento, dichiararono l’indipendenza dell’Azawad, la regione a nord del Mali in gran parte abitata da questa etnia, che comprende le importanti province di Timbuktu, Gao e Kidal. Ma ben presto su questa frattura etnica si inserirono i jihadisti dell’ex Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento algerino, che dal 2007 dopo l’affiliazione ad Al Qaeda, si sono ribattezzati Al Qaeda nel Maghreb Islamico, e che assieme ad altri gruppi jihadisti locali, come Ansar Al Din e Mujao, istaurarono un Califfato islamico nell’intera regione, estromettendo i Tuareg dell’MNLA e applicando la shari'a su tutto il territorio. Ben prima del lancio dell'offensiva nel Nord, questi gruppi erano molto attivi, anche con il sostegno anche delle etnie locali, nel gestire numerosi traffici sulle rotte saheliane. Armi, droga, sigarette, esseri umani, negli ultimi anni sono stati portati in Europa grazie al network jihadista nel Sahel.

La minaccia di una avanzata dei jihadisti verso sud venne arrestata nel gennaio del 2013 dai caccia dell’Armée de l’Air che si alzarono in volo sulla catena montuosa dell’Adrar des Ifoghas, costringendo nel giro di poche settimane AQMI e gli altri gruppi islamisti alla ritirata, con l'appoggio del Comando generale per l’Africa degli Stati Uniti, che fornì alla missione supporto logistico e d’intelligence, e che alla fine dell’operazione ottenne il consenso del governo di Niamey per aprire due nuove basi per i droni statunitensi in territorio nigerino, dall’evidente valore strategico. Nonostante l’allargamento del dispositivo militare francese dopo l’operazione Serval e l’aumento della presenza militare americana nel Sahel per contrastare la minaccia jihadista e il gruppo terrorista Boko Haram nella regione, Bamako è di nuovo sotto attacco. Del resto neanche la missione europea per l’addestramento dei soldati maliani, EUTM, e la missione Onu per la stabilizzazione nel nord del Paese, la MINUSMA, stabilita il 25 aprile del 2013, quasi un anno dopo l’inizio della crisi, con la risoluzione 2100 del Consiglio di Sicurezza, sono state così efficaci, e, soprattutto nell’Azawad, dal 2013 permane uno stato di tensione latente, scandito da attentati e aggressioni. Che però ora si sono di nuovo spinti fino al sud, nella capitale.