Viaggio nel campo profughi tra i burundesi fuggiti in Ruanda

Il campo di Mahala ha tristemente compiuto giovedì scorso i 100 giorni di esistenza

Buon compleanno Mahama, sono 100 giorni. L’accordo Nkurunziza-Rwasa preoccupa sempre di più. Lontano da Bujumbura e dai confini del Burundi, il campo profughi di Mahama sorge sulle rive del fiume Akagera, frontiera naturale fra il Ruanda e la Tanzania. Diventato il campo profughi burundese più grande su territorio ruandese, ha tristemente compiuto giovedì scorso i 100 giorni di esistenza. Da ormai più di 3 mesi infatti, sono 31 mila i profughi che hanno lasciato le loro terre in Burundi per gettarsi nelle braccia del governo di Kigali. Altri 10 mila, fermi attualmente in campi di transito vicino alla frontiera, sono in attesa di esservi trasferiti e di sicuro non ripartiranno a breve termine. Mentre a Bujumbura la notizia del nuovo accordo fra Pierre Nkurunziza e Agathon Rwasa fa innervosire i ranghi dell’opposizione, molti burundesi scelgono di fuggire a costo di rischiare la vita. Il leader dell’opposizione ha ceduto ormai alle pressioni del partito al potere, il CNDD-FDD. Ancora non si ha la certezza del motivo che lo ha condotto a siffatto tradimento ma sicuramente il presidente gli ha fatto un’offerta che non poteva rifiutare. Il sogno di tutta l’opposizione, che potrebbe tradursi nella maggioranza della popolazione, è stato infranto lunedì, quando Rwasa ha annunciato di accettare di sedersi in parlamento. Dopo il danno, pure la beffa. Giovedì difatti è arrivata la notizia che sarà pure nominato primo vice- presidente della repubblica. Insomma, un risultato malvagio per chi aveva creduto di poter cambiare le cose. Rwasa probabilmente pagherà cara questa sua mancanza di rispetto. Le grandi sfide delle organizzazioni internazionali e del governo ruandese Ma in un campo profughi, la politica viene dopo. I bisogni sono ben altri e questo si sa. A Mahama in particolare, dove la geologia e il clima costituiscono un vero e proprio ostacolo.

La savana è arida, il clima è molto caldo. L’elettricità nel campo è un vero e proprio sogno. L’acqua poi, è insufficiente. “Siamo in grado di garantire al massimo 10-13 litri di acqua al giorno a persona per sopravvivere, quantità inferiore allo standard internazionale richiesto che è di almeno 15” dice Jeff Drumtra, il responsabile delle relazioni del campo per conto del UNHCR (l’agenzia delle Nazioni Unite per le crisi e i rifugiati). In questo momento si stanno cercando soluzioni alternative a quelle attuali: “ci sono dei camion con cisterne che devono percorrere più di 60-70 km per trovare dell’acqua. È molto caro e i mezzi si rompono facilmente. Stiamo cercando quindi di pompare l’acqua dal fiume Akagera, ma prenderà tempo e se non funzionerà prima dell’arrivo dei nuovi 10 mila profughi previsti fra due settimane, avremo un grande problema”. Il cibo fortunatamente non manca, è fornito dal WFO (organismo mondiale per l’alimentazione) ogni mese. “Le persone devono arrangiarsi a razionare. Dividiamo tutto per famiglie. Ricevono fagioli, mais, olio per cucinare e una polvere molto calorica. Ma cucinare è la vera sfida. La zona scarseggia di alberi e legna, il che non consente sprechi” continua Drumtra. Ogni giorno ci sono nuovi arrivi di persone scappate a piedi che giungono sfiancate alle porte del campo. I sostegni sono immediati. Le tende sono piazzate in poco tempo ma hanno una resistenza limitata: “sono care, scomode e diventano una sauna durante il giorno ma sono efficienti per un’emergenza. Durano al massimo 6 mesi, non di più. Dobbiamo prepararci per il lungo termine cominciando a costruire delle case tradizionali in fango che abbiano una durata di 10 anni. Oltre alle tende, ricevono il materiale essenziale all’arrivo, ma non è mai abbastanza per cui a tutti manca qualcosa”. Il furto quindi, diventa un’opzione. Drumtra non è sorpreso dalla situazione attuale in Burundi. Già negli anni ’70 e ’80, il paese era stato colpito da varie crisi che avevano provocato il numero attuale di sfollati (che ammonta a circa 150 mila in tutti i paesi limitrofi) in un solo giorno. Per non parlare poi degli anni ’90 e della guerra civile, dove addirittura dei campi sono stati creati all’interno del paese. “Questa gente scappa perché sa benissimo quello che può succedere. I timori sono due. Il primo è immediato, sono le milizie del presidente, gli Imbonerakuré (tradotto da Kirundi “gli uomini che vedono lontano”). Intimidazioni dirette, violenze, furti sono solo alcune delle cose che questi giovani stanno perpetrando alla popolazione non iscritta al partito al potere di Nkurunziza.

Girano voci che le strade sono bloccate e che queste milizie controllino vari movimenti sospetti. Abbiamo ricevuto sempre meno persone per questo motivo. L’altra paura è storica. La gente dice che il problema è politico e non più etnico. Ma non è vero. Durante i massacri negli anni precedenti, gli obiettivi principali erano l’élite intellettuale e i giovani maschi e mariti, che oggi costituiscono la maggioranza nel campo. Così molte famiglie sono rimaste divise. Sono pronti a prevenire il disastro perché conoscono la storia e non aspettano che vengano a bussare alla porta di casa” continua Jeff in modo molto discreto. Molti sono partiti lasciando tutto. Hanno venduto i loro averi e ne hanno ricavato solitamente il 40-50% del loro valore. Insomma, anche se ci fosse un accordo politico a Bujumbura, questa gente non ritornerebbe più per paura delle milizie locali, che possono essere anche i loro vicini, che del presidente nella capitale. Dopo i vari morti nel paese, le voci hanno cominciato a girare e la gente non ha quindi più aspettato. “They know how things work there” (“sanno come funzionano le cose laggiù”) commenta l’americano con un tono ironico a sottolineare la fragilità della situazione attuale. Un eventuale conflitto fa paura. Nessuno ne parla ma le cose ormai si possono tenere nascoste fino a un certo punto. Qualcuno accetta di parlare, ma anonimamente e senza nessun tipo di registratore. La paura è altissima. A Kigali ci sono stati molti incontri di ranghi alti del governo con membri delle Nazioni Unite. Ci sono milizie che si stanno armando per invadere il paese? Nessuno ne è certo, ma sicuramente qualcosa sta accadendo. “Il governo ruandese è troppo organizzato. Sanno tutto quello che succede e se accade veramente qualcosa, non è mai per caso. Il prossimo grande evento sarà a fine agosto quando finirà ufficialmente il secondo mandato Nkurunziza e comincerà il nuovo. Potrebbe quindi accadere qualcosa”, commenta una persona influente nel campo. Le granate intanto continuano ad esplodere a Bujumbura e alcuni miliziani hanno già tentato di entrare in Burundi dalla frontiera occidentale con il Ruanda. Segno che qualcosa si sta muovendo. La situazione del campo in generale sembra essere migliorata rispetto all’inizio. La situazione di emergenza è stato superato. Ora bisognerà occuparsi di dare un’abitazione stabile alle persone e occuparsi dei nuovi arrivi di agosto. Queste le principali sfide dei gerenti del campo. L’UNHCR collabora a stretto contatto con il governo ruandese per i rifugiati. Kigali si trova però ad avere sulle spalle altri rifugiati, dopo i 70 mila congolesi e i nuovi arrivi di ruandesi scacciati dalla Tanzania in questi ultimi anni. Ma secondo Drumtra, questo governo “sa quello che fa”. Le voci del popolo La popolazione all’interno del campo vive in maniera molto rude. Tutti i servizi sono in comune e le risorse molto limitate.

Inoltre le tende sono messe su un terreno sassoso e in pendenza, che non facilita di certo le cose. I bambini vanno a scuola e fanno un corso integrativo per il sistema scolastico ruandese, nel quale saranno introdotti in settembre. Soprattutto fra loro sorgono le differenze di provenienza delle persone. La maggior parte dei profughi proviene da una provincia settentrionale di Kirundo, la più povera del paese. Ma a loro si sono uniti molti da Bujumbura. La differenza fra città e campagna è enorme e si fa sentire. “Alcuni bambini non vogliono andare a scuola perché non hanno vestiti di ricambio” commenta Jeff. Bisogna gestire la situazione in modo molto cauto, qui la gente è tesa. Un ragazzo omosessuale ad esempio, può essere molto discriminato dalla gente rurale. I bambini non giocano nemmeno insieme. I modi di vita sono completamente differenti come anche il linguaggio usato per esprimersi. “Qui dobbiamo condividere tutto. I servizi igienici sono un problema. Noi di Bujumbura ci comportiamo in un modo, ma quelli delle campagne non si preoccupano dell’igiene” commenta Abdaul, ragazza proveniente da Musaga, quartiere contestatario della capitale Bujumbura. Si siede nella sua tenda aspettando il rientro dei suoi due figli e di suo marito. È fortunata perché è una delle poche persone ad avere una famiglia unita nel campo. Molte persone arrivate qui però, non badano molto a queste futilità. Quello che hanno passato è orrendo. Molta gente ha rischiato la vita per attraversare il fiume oppure è stata picchiata a sangue dagli Imbonerakuré. Alcuni hanno vissuto in campi profughi durante la guerra civile ed ora ci sono ritornati. Un uomo racconta che ha passato degli anni in un campo di sfollati in Burundi. Ora è arrivato ha cambiato regione ma è sempre in un campo. Non ne può più. “Io con il Burundi ho chiuso. Durante la guerra civile ho perso più di 40 famigliari. Ho dato troppo a quel paese. È ora che il presidente si occupi del paese e se ne vada, rispettando gli accordi che lui stesso ha firmato. Ho subito torture, sono stato picchiato ma voglio che i miei figli crescano bene e che si risolva la questione. Per il futuro adesso prevedo solo la guerra”. Tamsuri è partita già in novembre, dopo aver fiutato la situazione, per andare in Kenya con la sua famiglia. La propaganda del partito l’ha però rassicurata tramite la radio e ha deciso così di ritornare in patria, ma si è accorta presto che erano stati ingannati. Hanno quindi deciso di scappare di nuovo e vivere nella foresta, con la paura di essere scovati dagli Imbonerakuré. “Un giorno ci hanno attaccati. Una persona voleva colpire con un machete mio marito. È riuscito a schivare il colpo ma mio figlio è stato colpito a morte” racconta con gli occhi che brillano. “Siamo scappati diretti verso il confine ma quando siamo arrivati al fiume Kagera (confine naturale con il Ruanda) era pieno di barriere.

Abbiamo aspettato la notte e quando non c’era più nessuno siamo andati verso il fiume. Su una barca pure un coccodrillo ci ha assaliti, rompendo il mezzo. Per fortuna mio fratello, caduto in acqua, sapeva nuotare e ci siamo messi in fuga” continua la giovane donna. Ormai dall’altra parte sapevano di essere salvi. Il Ruanda era come la terra promessa. Non molto differente è la situazione che ha subito Niela, neanche 30.enne e madre di un figlio. “Siamo stati minacciati moltissimo dalle milizie. Hanno detto a mio marito, che era membro di un partito dell’opposizione, che lo avrebbero ammazzato come avevano fatto nel 1993 con tutta la sua famiglia. Così abbiamo preso tutto il necessario e siamo scappati”. La notte che hanno deciso di fuggire sono stati scoperti. Hanno deciso di fare finta di collaborare per salvarsi la pelle, ma appena tornati al loro villaggio, hanno ritentato la fuga il mattino seguente ma quando gli Imbonerakuré hanno scoperto che non c’erano più, hanno avvertito i loro complici vicino alla frontiera. “Al confine erano stati informati. Ci hanno fermati e mio marito è stato picchiato a morte, riuscendo però a scappare sui gomiti verso il territorio ruandese. Io sono rimasta in Burundi, sono stata picchiata con un bastone ma quando si sono allontanati ho sfruttato l’occasione per correre più che ho potuto con mio figlio, arrivando in Ruanda a pochi metri di distanza” dice Niela. La sua faccia è affaticata, un po’ dalla povertà ma anche da tutti i tormenti dell’ultimo periodo. Esperance invece viveva in un campo di sfollati della guerra civile. Ha perso 5 fratelli nel 1993. “Mia madre è stata massacrata a colpi di machete, mio padre è stato gettato vivo in una latrina e sotterrato vivo. L’unico fratello che mi era rimasto è morto in febbraio per mano di una granata lanciata dagli Imbonerakuré. Nel nostro campo ogni notte giravano armati e andavano in ogni casa a minacciare. Dopo il colpo di stato di maggio, sono diventati molto più minacciosi e abbiamo deciso di scappare. Per non dare nell’occhio abbiamo messo dei secchi in testa con dentro i vestiti. Abbiamo camminato più di 50km fino alla frontiera.

Non sapevamo la direzione, e alcune persone in bicicletta ci hanno detto che ci avrebbero accompagnato alla frontiera in cambio di 6000 franchi burundesi (circa 3 euro). Erano d’accordo con gli Imbonerakuré che ci hanno aspettati e picchiati a sangue. Poi ci hanno chiesto dei soldi e ci hanno derubati, come succede a tutti. In Ruanda ci siamo arrivati con le gambe gonfie e zoppicando. Ci hanno accolto e aiutato moltissimo”. Queste persone sono grate al popolo ruandese. Ora, almeno, posso dormire tranquilla” conclude con lo sguardo perso. La sua storia purtroppo non è un’eccezione. Le istituzioni prevedono che questo campo non chiuderà le sue porte presto. Anzi le stime sono superiori ai 2 anni. La gente è spaventata e non vuole di certo tornare a vivere nell’insicurezza di un paese che non riesce a trovare la stabilità, nemmeno dopo anni di guerre e stermini. Ora che hanno perso anche Agathon Rwasa, la situazione diventa sempre molto più critica per la popolazione del piccolo e tormentato Burundi. Sarà guerra? Le risposte sono sempre incerte, ma la bilancia pende per ora dalla parte di un sì.

Commenti

unz

Ven, 31/07/2015 - 21:33

certamente l'unico modo per non farli arrivare da noi è ricolonizzare l'Africa. in modo diverso dal colonialismo. andando a proteggere queste persone, a disarmare inloro aguzzini, a creare sviluppo sul posto. non mamdare soldi pero se li fottono i capataz

Ritratto di lucianoch

lucianoch

Dom, 02/08/2015 - 19:14

Io l'ho già mandato alle 13,35, siete voi che non fate il vostro dovere