Mali, chi sono i terroristi dell'attentato in hotel

Al Mourabitun, gruppo nato da una scissione di Aqmi che da poco ha giurato fedeltà all'Isis ha rivendicato l'attentato al Radisson di Bamako. Ma dopo pochi minuti arriva su Twitter anche un'altra rivendicazione, quella di Ansar al Din, il gruppo jihadista tuareg di Iyad Ag Ghali, che martedì aveva minacciato la Francia

Alcuni testimoni del blitz nell'hotel della capitale maliana, hanno affermato che gli attentatori fossero appartenenti al gruppo jihadista al Mourabitoun, quello dell'ex comandante di una delle katiba di AQMI, Mokhtar Belmokhtar. Ma, subito, era stato lo stesso Belmokhtar a smentire la notizia. Poi, è arrivata, proprio dal gruppo Al Mourabitoun la rivendicazione ufficiale dell'attacco, diffusa dalla stessa Al Jazeera, che all'inizio del blitz aveva annunciato che dietro all'attacco al Radisson di Bamako potessero esserci invece Iyad Ag Ghali e i suoi miliziani di Ansar Al Din, che infatti, poco dopo, hanno rivendicato anche loro l'azione via Twitter.

Martedì scorso infatti, il leader jihadista tuareg aveva diffuso un messaggio audio in cui aveva diffidato i gruppi tuareg del nord del Mali dal firmare l’accordo di pace con il presidente maliano Keita. Nello stesso videomessaggio, il leader di Ansar Al Din, esultando per le stragi di Parigi aveva ricordato che “la Francia resta un nemico da abbattere” e come i miliziani dell’organizzazione fossero pronti ad intensificare gli attacchi contro i soldati francesi presenti sul territorio maliano. Cosa che era stata ribadita anche ad ottobre, in un altro proclama diffuso da quello che rimane uno dei terroristi maggiormente ricercati in Francia. Che obiettivo dei terroristi fossero soprattutto i francesi, inoltre, sembra essere confermato dal fatto che molti cittadini d’oltralpe fossero presenti al Radisson di Bamako, dove di solito alloggiano i dipendenti della compagnia aerea Air France. Tuareg appartenente al clan degli Ifoghas, Ag Ghali è un personaggio ambiguo. Negli anni ’90 rivestì un ruolo di spicco nella ribellione tuareg contro il governo centrale, mentre nel 2003 assunse un ruolo da intermediario governativo, proprio per il governo di Bamako, per trattare con il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC) il rilascio dei numerosi occidentali rapiti dal gruppo nella regione. Nel 2007, inoltre, venne nominato console a Jeddah, in Arabia Saudita dall’ex presidente maliano Tourè. Da qui sarà espulso pochi mesi dopo la nomina per i suoi rapporti con circoli islamici considerati dubbi. Ma anche dopo questo episodio, Ag Ghali continua ad intrattenere rapporti con funzionari del governo, ed anche, come confermano da alcuni cablogrammi diffusi da Wikileaks, con l’ambasciatore americano a Bamako, al quale forniva in modo confidenziale, informazioni su Al Qaeda nel Maghreb Islamico. Nel 2008 e nel 2010 è di nuovo incaricato dal governo maliano di mediare, prima sul rilascio di alcuni ostaggi e in seguito con le forze legate ad AQMI, presenti nel nord del Paese.

Nonostante questo nel 2012, è proprio Ag Ghali ad essere l’elemento catalizzatore dell’alleanza tra tuareg e forze jihadiste che si preparavano ad occupare il nord del Paese, dopo essere espulso dall’MNLA per le sue simpatie islamiche radicali ed aver fondato Ansar Al Din. Il gruppo dei “difensori della fede”, fondato da Ag Ghali nel 2012, rispetto ai gruppi indipendentisti tuareg ha una spiccata componente confessionale ed ha come obiettivo l’istituzione di un califfato islamico salafita nella regione dell'Azawad. La milizia, guidata da Ag Ghali e da altri importanti esponenti tuareg, partecipa all’offensiva dell’aprile del 2012 nelle principali città del Nord del Paese. Nel 2013 è stata pesantemente indebolita dall’intervento francese ma risulta essere ancora uno dei gruppi jihadisti più presenti ed attivi nel Sahel. Sebbene ricercato dai servizi di mezzo mondo, infatti, il “piccolo” Tuareg maliano e il suo gruppo hanno continuato a condizionare, grazie ai legami con alcuni gruppi tuareg che dialogano con il governo centrale, l’andamento dei negoziati di pace di Algeri, tra Bamako e il raggruppamento dei movimenti indipendentisti del nord del Paese.

L'altro gruppo che ha rivendicato l'attentato, quello degli al Mourabitoun, è un'organizzazione nata dopo la rottura dell'Emiro del Sahara, Mokhtar Belmokhtar, con la leadership algerina di Al Qaeda nel Maghreb Islamico. Quello che differenzia queste due sigle del jihadismo saheliano non sono certo gli obiettivi, che restano condivisi, ma soprattutto l'appartenenza dei combattenti, che, nel caso dell'organizzazione fondata da Belmokhtar, non sono più solo algerini ma provenienti da Mauritania, Mali, Sahara Occidentale, Niger, Libia e Ciad, e un maggiore attivismo militante, sempre a favore del gruppo di Belmokhtar. Il gruppo è lo stesso, infatti, che rivendicò la sparatoria che la notte tra il 6 e il 7 marzo scorsi, sempre a Bamako, causò la morte di cinque persone e, che rivendicò anche la paternità dell'attacco all'Hotel Byblos di Sevarè ad agosto. Infine, il fatto che proprio Belmokhtar abbia smentito inizialmente la rivendicazione, lascia pensare che all'interno del gruppo sia in corso una nuova scissione. L'oggetto del contendere sarebbe, infatti, l'affiliazione allo Stato Islamico, voluta dal cofondatore al-Sahrawi, e respinta a maggio scorso proprio da Belmokhtar. Il fatto che l'attacco al Radisson sembra essere avvenuto in coordinamento con una cellula di Aqmi, inoltre, è un ulteriore elemento che lascia pensare che abbia prevalso la linea dei seguaci di Al Baghdadi all'interno dell'organizzazione.

L'attacco, comunque, riapre prepotentemente il problema della sicurezza legata al terrorismo di matrice islamica nella regione saheliana, nonostante il dispiegamento della missione anti-terrorismo francese Barkhane, che doveva prevenire l'avanzata jihadista nel Sahel. Un problema, che, ironia della sorte, doveva essere affrontato proprio oggi nella capitale ciadiana N’Djamena, nel vertice dei Paesi G5 dell’area Sahel - Mauritania, Niger, Ciad, Burkina Faso e Mali –, anche dal presidente maliano Ibrahim Boubacar Keita, che però ha dovuto annunciare il suo immediato rientro a Bamako, dopo gli attentati di stamane.