Condanne a morte, una esecuzione ogni due giorni in Arabia saudita

Almeno 175 condannati a morte giustiziati tra l’agosto del 2014 e il giugno del 2015, secondo i dati diffusi da Amnesty International

Ogni due giorni il boia entra in azione in Arabia Saudita. I numeri parlano chiaro: almeno 175 persone sono state giustiziate tra l’agosto del 2014 e il giugno del 2015. I dati sono contenuti in un rapporto diffuso da Amnesty International. Secondo l’ong Nessuno Tocchi Caino nei primi otto mesi dell’anno sono 114 le pene capitali eseguite dai sauditi, almeno 90 nel 2014. Non è un record, però. Cina e Iran avrebbero sulle spalle un numero ancora più alto di esecuzioni. Tra i reati punibili con la pena capitale in Arabia Saudita, vi sono l’omicidio, lo stupro, la rapina a mano armata, il sabotaggio, l’adulterio, la sodomia, l’omosessualità, la stregoneria e l’apostasia. Il 28% delle esecuzioni, dal 1991 ad oggi, ha riguardato i reati di droga. Le condanne a morte sono eseguite solitamente tramite decapitazione, salvo alcuni casi in cui ci si affida al plotone d’esecuzione. In alcuni casi le esecuzioni avvengono in pubblico. A morte avvenuta i cadaveri con le teste mozzate vengono lasciati esposti. Le famiglie dei prigionieri condannati a morte a volte non vengono informate dell’imminente esecuzione ma solo dopo, talvolta attraverso notizie di stampa.

Il caso di Ali al Nimr

Amnesty International ricorda l’attivista sciita Ali Mohammed Baqir al-Nimr, 20 anni, ne aveva solo 17 quando, il 14 febbraio del 2012, fu arrestato dalle autorità saudite per aver preso parte a una manifestazione antigovernativa nella provincia di Qatif. Il 27 maggio del 2014 viene condannato alla pena capitale tramite decapitazione e successiva crocifissione fino alla putrefazione del corpo. L’accusa nei suoi confronti è quella di aver "partecipato a manifestazione antigovernative", attaccato le forze di sicurezza, di rapina a mano armata e possesso di un mitra. Secondo Amnesty International, le autorità avrebbero esorto la confessione ad Ali al-Nimr dopo torture e maltrattamenti. Ali al-Nimr è nipote di un eminente religioso sciita indipendente e oppositore del regime dell’Arabia Saudita, Sheikh Nimr Baqir al-Nimr, arrestato l’8 luglio del 2012 e anch’egli condannato a morte, il 15 ottobre del 2014. Ali al-Nimr ha visto respinto l’appello presentato alla Corte suprema e al Tribunale penale. Può essere messo a morte appena il re Salman ratificherà la condanna.