Confessioni di un ex jihadista: "Ecco perché ho lasciato l'Isis"

Quattro jihadsiti pentiti rivelano perché hanno abbandonato le file dell’Isis dove i disertori sono sempre di più ma restano radicalizzati

“Come si può dire che è l’Islam quando si uccide un bambino? Come si fa a dire che è l’Islam quando si uccide una donna?”. Inizia così la testimonianza di un trentaduenne di Raqqa, Abu Osama Al-Shami. Il ragazzo è un ex jihadista, un “disertore” come lui stesso si definirà nel corso della lunga e choccante intervista concessa ad Al-Jazeera.
Insieme ad Al-Shami ci sono altri disertori: Abu Hozaifa, 28, Abu Maria, 22, entrambi di Raqqa, e Abu Ali, 38, originario della Giordania. Ognuno di loro, adesso, si trova al di là del confine con la Turchia. Il gruppetto di ex jihadisti racconta gli inizi della militanza, cominciata per tutti quando, nel 2014, lo Stato islamico prende il controllo della provincia siriana di Raqqa.
“Eravamo convinti fosse la cosa giusta”, dicono riferendosi alla scelta di unirsi alle bandiere nere. Ma allora cosa li ha dissuasi? “Durante il primo periodo - spiegano - c’era acqua ed elettricità, il pane era buono ed i prezzi bassi”. Poi sono iniziate le esecuzioni sommarie e la gente ha cominciato a morire per capriccio degli emiri. Nel servizio vengono citate fosse comuni che conterrebbero migliaia di corpi, senza escludere quelli di donne e bambini. Ed ancora: torture, mutilazioni e cadaveri lasciati a terra come monito.

Al-Shami e gli altri testimoni fanno parte dei cento ex jihadisti che, nell’ultimo anno, hanno disertato lo Stato islamico grazie all’aiuto di “Thuwar Al-Raqqa”, unità speciale del Free Syrian Army che si occupa di aiutare chi vuole abbandonare l’organizzazione del Califfo a mettersi in salvo in Turchia. Secondo la ricostruzione fornita dall’emittente qatariota sono molti quelli che stanno cercando di lasciare lo Stato islamico e, sempre più giovani, non credono più nelle promesse del “Califfo dei musulmani”. Potrebbe sembrare una storia a lieto fine, se non fosse che dai racconti dei “sopravvisuti” intervistati da Al-Jazeera emergono dettagli abbastanza inquietanti. Secondo i quattro disertori, infatti, “punizioni, esecuzioni e spargimento di sangue non è barbarie” purché avvengano per ordine di un Tribunale islamico e non, come è ormai consuetudine nei territori occupati dall’Isis, per il capriccio di un emiro. Insomma, se è vero che le file dell’organizzazione islamista più temuta al mondo si stanno progressivamente sguarnendo, è anche vero che, in alcuni casi, chi le abbandona resta pericolosamente radicalizzato.