Isis, bambini di 5 anni ​reclutati e addestrati

L'Isis recluta bambini di ogni età per combattere. Nadir è stato uno di questi, e racconta l'incubo che ha dovuto vivere nei campi d'addestramento delle bandiere nere

Le crudeltà dell'Isis rimbalzano su ogni media e giornale di carta stampata. Le notizie riportano di macabre esecuzioni ed efferati delitti. Non solo, oramai è certo che nei ranghi dello Stato Islamico siano presunti anche bambini di cinque anni, arruolati per combattere nelle fila di Abu Bakr al-Baghdadi.

È proprio uno di loro a raccontarlo. In un'intervista esclusiva alla Cnn, "Nadir", nome di fantasia per proteggere la vera identità del piccolo, spiega la sua esperienza nell'Is. Gli jihadisti lo stavano addestrando per diventare un kamikaze, ma fortunatamente è riuscito a fuggire e a ritrovare la madre in un campo profughi di Esyan, nel Kurdistan iracheno, dove vivono circa 15mila appartenenti alla minoranza degli yazidi scampati alle persecuzioni dei terroristi.

"Eravamo in sessanta", racconta all'emittente americana, chiedendo di non mostrare il volto e di modificare la voce per paura di ritorsioni. Nasir prosegue nel racconto del terrore: "Il momento che ci faceva più paura è quando c'erano i raid aerei. Ci portavano tutti in tunnel sotterranei. Ci dicevano che gli americani, gli infedeli, stavano cercando di ucciderci, ma loro, i combattenti, ci amavano. Avrebbero avuto cura di noi meglio di quanto avrebbero potuto fare i nostri genitori". Sottolinea che: "Quando ci addestravano, ci dicevano che i nostri genitori erano degli infedeli e che il nostro primo compito sarebbe stato quello di tornare per ucciderli".

L'indotrinamento era affiancato all'addestramento militare, un binomio fondamentale per la crescita e la nascita di un tagliagole dell'Isis. Gli insegnamenti erano condotti da quella che il ragazzo chiama "squadra del califfato". Nessuno era esente, nemmeno il più piccoli tra tutti: un bimbo di cinque anni. Le debolezze non erano tollerate: "Non ci era permesso piangere, ma io pensavo a mia madre, a quanto poteva essere preoccupata per me e cercavo di piangere in silenzio. Quando siamo fuggiti e ho rivisto mia madre, è stato come tornare alla vita".

Una storia simile quella di Nouri: prelevato dalla famiglia e sbattuto in un campo d'addestramento a Tel Aafar, nel nord dell'Iraq. Il piccolo ha rifiutato di addestrarsi, allora i miliziani lo hanno punito rompendogli la gamba in tre punti. Alla Cnn racconta che quella punizione "mi ha salvato". La ferita lo ha portato a zoppicare vistosamente. Così i terroristi lo hanno ritenuto "inutile" e, invece di sparargli, hanno permesso alla nonna di portarselo via. Insieme al piccolo Nouri, è stato rilasciato anche il fratello Saman di soli cinque anni, anch'egli traumatizzato dai vari pestaggi suiti durante la prigionia delle bandiere nere. Per i genitori dei bambini però non c'è stata nessuna liberazione.

Khalid Nermo Zedo, un attivista yazida che ha contribuito a fondare il campo profughi di Esyan, spiega alla Cnn che questi bambini hanno disperatamente bisogno di un aiuto psicologico: "Hanno sofferto tanto. Riuscite a immaginare un bambino di 12 anni o di 10 o di 8 anni, trascinato via dalla loro madre con la forza, portato nei campi di addestramento militare, costretto a imbraccia le armi, costretto a convertirsi all'Islam, convinti che sono apostati, che i loro genitori sono impure 'infedeli?". Non solo: "Alcuni bambini si spaventano anche solo se sentono la parola Is. Hanno convulsioni appena viene pronunciata quella parola. Sono tutte situazioni catastrofiche".

Il lavoro che gliattivisti fanno è fondamentale per i bambini caduti in mano agli jihadisti: "Noi non abbiamo la capacità qui", prosegue Zado, e afferma che "questi bambini sono stati costretti a portare armi, costretti a uccidere innocenti. Abbiamo bisogno che il mondo ci aiuti. Non possiamo farlo da soli".