Meiji, saké e vini francesi nella dimora eterna dell'Imperatore

Il santuario dedicato al sovrano che modernizzò il Giappone fu distrutto dalle bombe e ricostruito nel 1958. L'oasi dell'anima shinto tra eleganza, silenzio e sobrietà

Nella dimora (eterna) dell’imperatore che modernizzò il Giappone ci sono silenzio, calma, rispetto e barili di vino francese. Il Meiji è un luogo fuori dal tempo che, però, è dentro la contemporaneità dell’anima nipponica, quella che si ostina a seguire la tradizione, a farne una stella polare e non solo un affascinante spunto per film e libri.

Il Meiji Jingu venne completamente distrutto dai bombardamenti americani su Tokyo durante la Seconda Guerra Mondiale. Era un simbolo, della rinascita e della potenza del Giappone. E andava raso al suolo, come tutti i simboli nemici, in ogni guerra che si sia mai combattuta dall’alba dei tempi fino a oggi. Era stato ultimato nel 1920. I giapponesi, però, alle disgrazie sono abituati. E non si sono tirati indietro quando c’è stato da ricostruire, nel 1958, il tempio in cui vivono ancora – divinizzati – l’imperatore Meiji e l’imperatrice Shoken.

La costruzione originaria fu terminata quindi quasi un secolo fa, nell’area a ridosso del quartiere Harajuku. Si tratta di un complesso religioso che sintetizza e amplifica, fino al massimo grado, i concetti cardine dello shinto. Sobrietà, austerità e silenzio. La via è scandita dai torii, le grandi porte d'accesso in legno di cipresso che, lungo il pendio, indicano la strada ai templi principali. Si percorre un largo sentiero di ghiaia, che pare uno di quei giardini zen fatti tutti di pietruzze pettinate. Il viale è circondato, da ogni lato, dal fitto e ordinatissimo verde del parco e dei giardini e sorvegliato da decine e decine di lanterne tradizionali, in pietra.

Grattacieli e insegne non se ne vedono più, si finisce per dimenticarsi di trovarsi in una delle metropoli più vive, più popolate del pianeta.

Sarà anche per questo che il tempio di Meiji è un luogo sacro al cuore dei giapponesi. Così ogni anno migliaia di fedeli riforniscono i monaci di decine e decine di botti di pregiato saké. Non servono per far bisboccia, ma per i riti di abluzione e purificazione che qui vengono celebrati.

Insieme al tradizionale saké, da diversi anni è stata allestita un’intera parete tutta composta di botti di importanti vini francesi, provenienti dalla Borgogna. Si specchiano l’una nell’altra, il vino europeo e il saké asiatico. “Con la speranza e la preghiera che Giappone e Francia possano godere in futuro dei molti frutti della loro amicizia”, si legge in una targa. Apposta poco dopo l’ampia area di ristorazione (in cui c’è chi festeggia persino banchetti nuziali) e molto prima dell’ampia curva che annuncia l’ingresso al cuore del Meiji.

Poco più in là ci sono i tamburi sacri, utilizzati nelle cerimonie religiose. Il tamburo è uno strumento rituale tra i più importanti, sia nel buddhismo che nello shinto. Spesso ne viene fatto un vero e proprio culto, come a Nara dove sono custoditi – in un piccolo museo allestito ai piedi del tempio delle mille lanterne – di giganti.

Il Meiji Jingu rappresenta un’altra (apparente) contraddizione di Tokyo e del Giappone moderno. Un’epifania eterna nella metropoli che non riesce a star ferma, che ha estremizzato e materializzato il “panta rei” eracliteo. Ma che si tiene ben salda ai suoi valori e alla sua cultura, per non smarrirsi.