Ombre su Suez

Al Qaeda nello Yemen, attacchi jihadisti nel Sinai: il pugnale jihadista è puntato alla gola del Mediterraneo. A rischio la vita del nostro sistema portuale. Il ruolo della Marina Militare Italiana

Il successo dei peshmerga curdi, che dopo mesi di duri scontri, hanno riassunto il controllo della siriana Kobane, non deve trarre in inganno né, tantomeno, illudere: la minaccia del jihadismo globale non sta perdendo forza. Anzi, due recenti avvenimenti sembrano dimostrare proprio l’esatto opposto.

Appena tre giorni fa, infatti, si è registrata una improvvisa recrudescenza delle azioni di Ansar al-Beit Maqdis, un gruppo jihadista egiziano attivo nella penisola del Sinai. Giovedì scorso un commando di guerriglieri del gruppo che oggi ha assunto il nome di “Stato Islamico nella provincia del Sinai” – attestando così il suo legame con il Califfato dell’IS siro-irakeno, che sarebbe subentrato all’antica affiliazione ad Al Qaeda – ha attaccato una base militare e la stazione di polizia ad el-Arish, principale centro del Sinai settentrionale. Poi altri gruppi hanno preso di mira i centri periferici di Sheik Zuwayid e il confine di Rafah. Una serie di azioni chiaramente organizzate in base ad una precisa strategia e perfettamente concomitanti con le proteste in tutto il paese contro il regime instaurato dal generale Al Sisi dopo il fallimento del governo Morsi guidato dai Fratelli Musulmani.

Secondo fatto, solo di un paio di settimane più vecchio. In Yemen la vittoria delle milizie Houthi – rappresentanti delle tribù di confessione zaidita, una setta degli Sciiti, stanziate nel Nord – che hanno di fatto assunto il controllo della capitale Saana e costretto alle dimissioni i vertici dello Stato, in primis il Presidente filo-saudita Abd-Rabbu Mansur Hadi sta provocando la reazione, per altro prevedibile, della maggioranza sunnita-wahabita degli yemeniti. Manifestazioni anti-sciite si registrano in vari centri e, soprattutto, il Sud Yemen sembra ormai avviato a divenire uno Stato autonomo, controllato dalla locale rete di Al Qaeda nella Penisola Arabica – la stessa organizzazione che ha rivendicato gli attentati di Parigi – che già da tempo vi ha stabilito i suoi “Santuari”. Di fatto i qaedisti starebbero pilotando la secessione della regione, sfruttando le istanze separatiste da sempre forti ad Aden e dintorni.

Due eventi che – al di là di ogni speculazione intellettuale sulla loro possibile connessione – che rappresentano l’addensarsi di una nuova minaccia, che potrebbe avere ricadute devastanti sugli equilibri geopolitici ed economici di tutto il Mediterraneo. Infatti dallo Yemen meridionale e dal Sinai è possibile colpire duramente la navigazione nel Canale di Suez, arteria vitale che collega l’Oceano Indiano con il nostro Mediterraneo, e lungo la quale viene veicolato un enorme flusso di merci, in primo luogo il traffico degli idrocarburi. Se gruppi jihadisti organizzati riuscissero davvero ad assumere il controllo della navigazione nel Golfo di Aden e intorno al Corno d’Africa e a minacciare la stessa Suez il traffico delle merci rischierebbe di venire gravemente compromesso. In buona sostanza il rischio potrebbe divenire così alto da costringere le navi alla più lunga e onerosa rotta per il Capo di Buona Speranza e quindi in Atlantico. Scelta che comporterebbe l’asfissia del Mediterraneo e la crisi dei suoi sistemi portuali. In sostanza, tutto il traffico che, oggi, va dall’Oceano Indiano – attualmente il pivot degli equilibri economici mondiali – verso i porti dell’Europa Mediterranea finirebbe con il venire dirottato verso gli approdi atlantici, in particolare francesi, olandesi e tedeschi. E questo rappresenterebbe un colpo mortale non solo per le economie, già in grave difficoltà, del Maghreb, ma anche, anzi soprattutto, per quelle dei paesi europei con esclusivo sbocco sul Mediterraneo. In particolare per l’Italia, dove i porti principali, da Genova a Trieste a Taranto vedrebbero tracollare la loro importanza continentale. Per altro il danno per lo stesso Egitto sarebbe di proporzioni colossali, visto che il “passaggio di Suez” rappresenta una delle voci fondamentali del suo sistema economico. E questo non potrebbe non avere pesanti ricadute politiche, gonfiando le vele dei partiti e movimenti islamisti e soffiando sulle braci della rivolta jihadista che cova dalla caduta di Morsi. E non ci si deve mai dimenticare che l’Egitto rappresenta il paese chiave per garantire gli equilibri da un lato del Maghreb, dall’altro dello stesso Medio Oriente.

Di qui la crescente preoccupazione di Washington, che non a caso sta intensificando le missioni dei droni contro le basi di Al Qaeda nello Yemen e che sta cercando, attraverso la Segreteria di Stato, una mediazione fra il Governo del Cairo e settori meno radicali dei Fratelli Musulmani, allo scopo di depotenziare la minaccia. L’Europa, invece, al solito in ordine sparso, con tedeschi, olandesi e, in parte, francesi che tacciono, forse abbacinati dalla prospettiva (micragnosa) dei lauti guadagni che porterebbe loro una chiusura, o almeno una riduzione della navigazione attraverso Suez. Ed è evidente che questa prospettiva non può non chiamare proprio l’Italia a nuovi impegni. In particolare nel controllo delle vie marittime. Ma questo richiede, o meglio richiederebbe, che finalmente il Governo di Roma accettasse il dato di fatto della necessità di potenziare, o per lo meno non indebolire ulteriormente con tagli indiscriminati alla spesa, le nostre forze navali. Infatti, la stessa Washington considera la Marina Militare Italiana come il partner fondamentale cui delegare molti dei compiti di controllo fra Mediterraneo e Suez cui la US Navy, sempre più impegnata nel Pacifico, non sembra più potere assolvere da sola.

Andrea Marcigliano
Senior fellow del think tank “Il Nodo di Gordio”
www.NododiGordio.org

Commenti

Raoul Pontalti

Lun, 02/02/2015 - 12:29

Tanta carne al fuoco in questo articolo per poi servire in tavola un po' di fondi di salami rinsecchiti(la questione dei compiti della nostra marina militare nel Mediterraneo e i costi conseguenti). Le soluzioni ai problemi cennati nell'articolo sono politiche e non militari e richiedono prima di tutto analisi politica che riconosca e distingua i vari casi e non li confonda. La questione del Sinai non ha nulla a che vedere con ISIS, la questione somala è diversa da quella yemenita, etc., unico dato comune essendo le interferenze occidentali sia dirette che indirette per il tramite delle petrolmonarchie del Golfo.

buri

Lun, 02/02/2015 - 14:58

La difesa non fa parte delle priorità di questo governo, volenti o nolenti siamo i guerra, l'ISIS si sta installando in Libia e ha già promesso di mandare i suoi in mezzo ai migranti, probabilmente forse ci sveglieremo subito dopo il primo attentato a Roma, oppure a Firenze o Venezia o anche alla torre di Pisa, e sarà la corsa a cercare i responsabili della mancanza di sicurezza, d'altra parte fra tagli alle forze dell'ordine e magistrati che rimettono in libertà i presunti terroristi, anche se presi sul fatto, oltre a un governo indeciso o miope sul problema, d'altra parte quando un questore (quello do Treviso) ammonisce i cittadini che si difendono dei ladri che così facendo rischiano di commettere reati perseguibili a norma di legge, morale si proteggono i delinquenti e non i cittadini onesti