La ricetta argentina, dalla Perón alla Grecia

Il ministro Federico Gonzáles Perini: "La crisi greca dimostra che quello argentino non è stato un caso isolato"

È stata inaugurata l’11 giugno scorso a Roma, dopo la tappa parigina dello scorso dicembre, dall’ambasciatore della Repubblica Argentina presso la Santa Sede Eduardo Félix Valdés e dall’ambasciatore della Repubblica Argentina in Italia Torcuato Di Tella, la mostra fotografica «Eva Perón in immagini».

Un’esposizione dedicata a Eva Marìa Duarte (1919-1952), divenuta moglie nel 1945 del presidente argentino justicialista Juan Domingo Peron. “Una donna che ha cambiato la vita del popolo argentino e dell’America Latina tutta”, queste sono le parole con cui il direttore dell’Ufficio culturale dell’Ambasciata Argentina in Italia, il ministro Federico Gonzáles Perini, descrive la figura di questa donna politica, ancora così amata nel suo Paese. Ed è questo il motivo per il quale l’ambasciata ha voluto “renderle omaggio” con una mostra nel palazzo in stile umbertino che ospita la sede diplomatica. Lo stesso in cui, nel 1947, soggiornò proprio Eva Perón durante la sua prima visita ufficiale a Roma. Seguendo il percorso che si snoda lungo le sale del palazzo e che descrive tramite video, immagini e oggetti personali la vita e l’esperienza politica di ‘Evita’, abbiamo discusso con il ministro anche i temi legati alla più stretta attualità.

La figura di Eva Perón è ancora così amata in Argentina per via della predilezione che nutriva verso il popolo e gli ultimi della società. Oggi guardando le immagini degli anziani in lacrime in fila ai bancomat di Atene viene da chiedersi, cosa è cambiato rispetto a quel tipo di politica?

La mia riflessione personale è che in quell’epoca non c’erano intermediari tra il popolo e chi lo rappresentava. Questa è la principale differenza con la politica di oggi. Una politica che si è tecnicizzata, finanziarizzata. La burocrazia, le imprese e altri interessi si frappongono fra la politica e la gente. Il dialogo fra Eva Perón e il suo popolo era invece un dialogo privo di mediazioni. Se riuscissimo a far riflettere qualcuno in Italia su quanto siano cambiate le cose in questo senso, avremmo raggiunto l’obbiettivo di questa mostra.

Qualche analista con riferimento al referendum greco ha parlato di nuovo peronismo. Cosa ne pensa?

Io non farei riferimento al peronismo, che è stato un fenomeno unico ed irripetibile. Anche se, certamente, il caso della Grecia presenta dei punti di contatto: i discorsi sulla democrazia, la volontà di far esprimere il popolo, di mettere gli interessi popolari di fronte a quelli delle banche e dei grandi capitali. Ma queste non sono cose di destra o di sinistra, sono concetti che dovrebbero essere rispettati e basta.

Crisi greca del 2015 e crisi argentina del 2001: ci sono molte analogie. Come guarda la presidente Kirchner agli avvenimenti di Atene?

La presidente Kirchner osserva questo processo con naturale attenzione. In un certo senso, infatti, il tempo ci ha dato ragione da quando denunciavamo la questione dei ‘fondi avvoltoio’ e il tema della finanziarizzazione della politica. All’epoca lo abbiamo fatto non soltanto perché abbiamo sofferto e subìto quella situazione sulla nostra pelle, ma anche perché eravamo convinti che potesse succedere di nuovo. E il caso greco lo ha confermato. La crisi greca dimostra infatti, che quello argentino non è stato un caso isolato, e che è quindi necessario trovare insieme delle soluzioni affinché questo non accada più in futuro.

È possibile un’uscita della Grecia dall’Euro, come fu per l’Argentina e il Fondo Monetario Internazionale?

Di questo possono parlare gli economisti meglio di me, ma il caso dell’Argentina è stato leggermente diverso. L’Argentina è uscita dal FMI pagando il debito, mentre la Grecia, al contrario, ha iniziato il suo processo di default proprio per un mancato pagamento. Noi abbiamo pagato per liberarci da misure che ci costringevano ad agire contro gli interessi del nostro Paese. E andando contro i consigli del FMI, siamo riusciti a crescere con tassi che vanno dal +6% al +9%. Non è andata così male senza di loro. Inoltre, per noi uscire dalla legge che collegava il peso al dollaro, anche se si è trattato di un percorso doloroso, è stato molto più facile rispetto all’eventuale abbandono di una moneta come l’euro. Non so cosa farà la Grecia. Mi sembra però che l’euro rappresenti oggi un grande aiuto quando le cose vanno bene, ma allo stesso tempo un grande ostacolo quando si vuole uscire dalla palude. Noi ci siamo ripresi uscendo da una situazione paragonabile a quella che sta vivendo adesso la Grecia con l’Unione Europea.

Eva Perón era una donna che voleva cambiare lo status quo. Oggi si riuniscono ad Ufa quei Paesi che vogliono cambiare le cose e andare verso un mondo multipolare, questo è anche il sogno argentino?

Certo, l’Argentina oggi non solo vuole un mondo multipolare, ma lavora attivamente perché si realizzi un mondo in cui si rispettino tutte le differenze. Essere per il mondo multipolare, inoltre, non vuol dire solo appoggiare Putin. Noi abbiamo un rapporto strategico molto profondo con la Russia, certo, ma questo non vuol dire che accettiamo in toto la sua politica. In Argentina per esempio abbiamo adottato già da tanti anni il matrimonio gay, cosa che Putin non farebbe mai. Ma rispettando le differenze, si può costruire la cooperazione. Quello che non va più bene oggi è il mondo unipolare, dove certi Paesi comandano e altri obbediscono. Non c’è dialogo quando c’è solo uno che parla e tutti gli altri che ascoltano. Per questo l’Argentina supporta i Brics. Perché la maggior parte dei problemi che ci sono oggi nel mondo forse, sono dovuti proprio all’unilateralismo e alla volontà di imporre le proprie decisioni senza prima chiedere agli altri.