La Russia avverte Facebook: blocco se non rispetta la legge federale

L'agenzia per il controllo della comunicazione di massa Roskomnadzor ha lanciato l'ultimatum a Zuckerberg: pronto il blocco del social network se non si adeguerà alla legge federale sulla protezione dei dati personali

Il futuro di molti social network è messo a rischio per gli utenti russi nei prossimi mesi. Questa mattina Aleksandr Zharov, il capo di Roskomnadzor, l’agenzia russa atta alla supervisione della comunicazione di massa, ha dichiarato che Facebook è a rischio ban dal territorio russo a partire dal 2018.

La ragione per cui la più popolare piattaforma sociale al mondo rischia di lasciare isolati le decine di milioni di utenti russi è il mancato rispetto della legge federale del 2015 “sui dati personali” aggiornata nell’estate del 2016 con degli emendamenti sulla conservazione dei dati personali di persone fisiche e giuridiche russe in server aventi sede sul territorio nazionale della Russia.

Questa legge, conosciuta come “Pacchetto Yarova”, è stata approvata al fine di controllare il traffico dati e le informazioni inviate attraverso il web come primaria attività di protezione dal terrorismo internazionale, visto il largo utilizzo delle reti sociali da parte delle organizzazioni terroristiche per la comunicazione tra i membri e per la recluta di nuovi adepti tramite la somministrazione di materiale multimediale proibito.

Nella rete di questo provvedimento, ad oggi, è caduto LinkedIn, la piattaforma di connessione tra utenti per la pubblicazione di offerte di lavoro e affini. LinkedIn è bloccato in Russia dal novembre 2016 e ad oggi, nonostante le dichiarazioni d’intenti da parte dei vertici della società americana e l’agenzia di Mosca non hanno portato a fare passi avanti sulla strada della riconciliazione.

Oltremodo significativo è invece l’esempio di Twitter che, al contrario degli altri social, ha raggiunto un accordo con Roskomnadzor affinché a partire dal 2018 non venga soggetto ad oscuramento da parte del governo russo.

I vertici della compagnia statunitense si sono rivelati particolarmente inclini al dialogo con le autorità del Cremlino, così come informato dallo stesso Zharov circa una lettera d’intenti firmata dal vice coordinatore di Twitter per la public policy, Shineid Maksuini, in cui si dice che una volta identificati gli utenti collocati all’interno della Federazione Russa, i loro dati saranno stipati in server presenti sul territorio del Paese.

Al controllo di Roskomnadzor non è sfuggito neanche Telegram, l’applicazione di messaggistica istantanea “Made in Russia”, creata da Pavel Durov, lo stesso ideatore di VK, il popolare “Facebook russo”. Durov aveva venduto la totalità delle proprie quote in VK dopo che la compagnia era stata venduta a Mail.ru, il gruppo multimediale facente capo ad Alisher Usmanov, l’uomo più ricco di Russia. In passato si era detto che Durov fosse stato a forza estromesso dalla società, minacciando ritorsioni di natura informatica contro Mosca. Lo stesso ha acconsentito all’introduzione di Telegram nel registro degli organizzatori di diffusione dell’informazione (ORI), ma non ha ancora accettato di adempiere alle disposizioni del pacchetto Yarova, giudicando la legge incostituzionale, oltre che tecnicamente difficile da attuare.

Tale provvedimento non va cavalcato dalla propaganda come una mera forma di censura “alla cinese”, con una limitazione della diffusione di contenuti contro il Partito Comunista, quanto più come una questione di sicurezza nazionale in quanto, oltre alla lotta al terrorismo di matrice islamista che si è servito proprio di Telegram per le comunicazioni, ha margine di attuazione anche nel contesto della cyber warfare che vede coinvolti in prima persona gli Stati Uniti e la Russia, visto anche il procedere spedito dei provvedimenti sul Russiagate emanati dal Congresso americano.

Commenti
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llull

Mar, 26/09/2017 - 16:20

Mi sembra giusto. Chiunque deve rispettare le regole del paese in cui opera, anche se opera virtualmente.