Valls vuol guidare i socialisti a perdere l'Eliseo con dignità

Lunga traversata del deserto per il premier, che a gennaio passa dalle primarie

«Dobbiamo difendere il bilancio e io lo farò». A meno di 24 ore dall'annuncio di François Hollande che non correrà per un secondo mandato non c'è necessità di precipitarsi a dire che punta all'Eliseo. Manuel Valls ha già ottenuto ciò che voleva. Restare premier e parlare liberamente da candidato presidente, anche se dovrà passare necessariamente dalle primarie. Lo fa senza rinunciare (per ora) a guidare un esecutivo punito dai sondaggi.

Ciò per cui ha lavorato negli ultimi dieci anni è oggi alla sua portata: sottrarre il consenso del partito all'ultimo leader sopravvissuto di quelli che un tempo si chiamavano «elefanti». Dirigenti socialisti come Hollande cresciuti all'Ena, la scuola della pubblica amministrazione francese. Valls vanta «solo» una laurea in Storia, ma nel frattempo si è scrollato l'immagine del nuovo che avanza e si sta cucendo addosso l'identità del socialista su cui puntare per non sfigurare troppo alle presidenziali.

Deve però ancora legittimarsi alle primarie del 22 e 29 gennaio. Per farlo non rompe gli indugi dando l'impressione d'essere contento di vivere in una Francia con un presidente dimezzato; ancora cinque mesi in carica. Scartata dunque l'ipotesi di candidatura da annunciare oggi alla Belle Alliance Populaire. La convention pensata a una settimana dalla designazione di François Fillon come risposta alla destra rischiava di dare comunque un'immagine divisiva del partito. «Dopo un confronto col primo ministro, abbiamo convenuto che sarebbe stato più consono che Valls non prendesse la parola», fa sapere il segretario socialista in carica, Jean-Christophe Cambadélis.

Oggi non sarà dunque alla convention di Parigi. Resta a Matignon, dove al posto di Valls potrebbe arrivare il ministro dell'Interno Bernard Cazeneuve o il titolare della Difesa Jean-Yves Le Drian. Ma Valls conosce troppo bene le primarie e prende tempo. Sfidò Hollande nel 2011. Arrivò ultimo tra i socialisti con il 5,63%: 149mila voti contro il milione e passa dell'«elefante». Oggi corre calmo, da uomo di Stato e da politico leale che non ha criticato pubblicamente il presidente come gli ex ministri frondisti che oggi sfidano lui: Arnaud Montebourg e Benoit Hamon.

Affidargli la guida del governo un anno e mezzo fa è equivalso, per Hollande, a sconfessare anni di battaglie della gauche, che aveva più volte isolato Valls agli ultimi congressi a causa delle sue idee su immigrazione e sicurezza (è stato il ministro degli sgomberi rom). A Matignon ha imparato a convivere con le mediazioni. Ha ricucito i rapporti con Martin Aubry che ha smesso di attaccarlo. Le sue idee sono state digerite. Ha tempo fino al 15 dicembre per dichiarare pubblicamente ciò che tutti sanno. Vuole l'Eliseo. E vuole l'incoronazione ufficiale della base del partito. Per battere, se non Marine Le Pen e François Fillon, almeno le altre sinistre di Jean-Luc Mélanchon e di Emmanuel Macron.