In Siria è già catastrofe umanitaria: "130 mila profughi verso il confine con l'Iraq"

La denuncia della chiesa del Kurdistan iracheno: "In 130mila si stanno dirigendo verso il confine". I vescovi avvertono: "Così il cristianesimo rischia di essere sradicato dal Medio Oriente"

L’esodo è iniziato. Sono 130mila i siriani, uomini, donne, bambini e anziani, che si stanno riversando al confine con l’Iraq. Ma se la frontiera venisse aperta i profughi potrebbero diventare almeno il doppio. Fino a 250mila persone potrebbero approdare a Duhok ed Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno, nelle prossime settimane.

In quattro giorni di offensiva turca la Siria è sprofondata di nuovo nel baratro. A fare il punto della situazione, ieri, era stato l’ex coordinatore della coalizione anti-Isis, Brett Mc Gurk: centinaia di migliaia di rifugiati, esecuzioni sommarie da parte dei ribelli sostenuti da Ankara, giornalisti uccisi e terroristi in fuga dalle carceri. Fonti della Chiesa locale riferiscono alla fondazione Aiuto alla Chiesa che Soffre che le istituzioni ecclesiastiche e il governo della regione autonoma irachena si preparano ad accogliere i profughi, anche attraverso l’apertura degli aeroporti. Ma la situazione è “drammatica”, denuncia l’arcivescovo caldeo di Erbil, monsignor Bashar Warda. “Se non saremo in grado di accogliere i cristiani in fuga dalla Siria nordorientale, c’è il rischio che questi si vedano costretti ad abbandonare il Medio Oriente per sempre”, avverte il presule che fa appello alla comunità internazionale.

Secondo il monsignore lo scenario che si prospetta rischia di essere addirittura peggiore di quello del 2014, quando cercarono riparo in Kurdistan decine di migliaia di cristiani iracheni in fuga dalla provincia di Ninive dopo l’invasione dello Stato Islamico. “Non possiamo farcela da soli e se non aiuteremo i cristiani siriani costretti ad abbandonare le proprie case è probabile che Isis stavolta riesca nel suo intento, ovvero sradicare completamente il Cristianesimo dal Medio Oriente”. La fondazione pontificia che si occupa dei cristiani perseguitati nel mondo ha assicurato il proprio sostegno alla chiesa irachena nel difficile compito di prestare soccorso al mare di sfollati che sta facendo rotta verso il confine con l’Iraq.

A denunciare le atrocità di queste ore è anche il vicario apostolico di Aleppo dei Latini, George Abou Khazen, che denuncia “l'escalation di violenze legate all'offensiva dell'esercito turco, spalleggiato da gruppi jihadisti, contro i curdi nel nord della Siria”. “Abbiamo già decine di migliaia di profughi - conferma il monsignore - e sono molte le storie di persone uccise sul campo in modo orribile, secondo le modalità di Daesh, con le mani legate e giustiziati”. “Fra le vittime – continua – non ci sono solo i curdi, ma pure cristiani armeni, assiri e caldei”. “Nei bombardamenti a Qamishli – fa sapere il presule - le prime vittime sono state proprio due cristiani e se i turchi avanzano nell'offensiva molti altri cercheranno di scappare". “Gli Stati Uniti – accusa infine Abou Khazen - hanno tradito il popolo curdo, illudendolo su un possibile percorso verso l'indipendenza dalla Siria per poi abbandonarli per interesse e tornaconto al proprio destino”.

Anche l’arcivescovo siro-cattolico della città curda di Hassaké, raggiunto al telefono da Inside Over, ha prospettato un ritorno dell’estremismo e la fine della presenza cristiana nel nord della Siria. I timori del religioso sono legati in particolare all’arrivo di 2 dei 3,6 milioni di siriani fuggiti in Turchia, che il presidente turco Recep Taiypp Erdogan vorrebbe ricollocare nella safe zone ad Est dell’Eufrate dove in questo momento stanno avanzando i carri armati di Ankara. “Tra queste ci sono anche le famiglie dei jihadisti legati ai Fratelli musulmani che stanno combattendo contro i curdi e che hanno già combattuto attorno a Damasco negli scorsi anni”, ha avvertito il vescovo, preconizzando un nuovo “bagno di sangue” per i cristiani.