Dalla Terra al Cielo, il Padiglione d'Oro a Kyoto

Simbolo dell'incontro tra il Giappone e la cultura Zen, si racconta che qui siano custodite le ceneri di Buddha. La storia tribolata che intreccia cultura, letteratura e spiritualità

Un tempio tutto d’oro che si riflette nelle acque placide di un lago. A Kyoto, la città delle 1001 statue, degli oltre mille templi, l’eco della storia, della cultura, della spiritualità, della letteratura e dell’arte giapponese risplende come la foglia dorata che ricopre il Kinkaku-ji.

Rappresenta un angolo di paradiso Zen calato a forza su questa Terra. La lamina d’oro che riveste i tre piani dell’edificio stanno a richiamare qui la purezza e la sacralità del Buddhismo. Esempio dell’architettura del periodo Muromachi, il primo livello fu costruito nell’undicesimo secolo dall’aristocrazia legata all’imperatore. Il secondo piano, invece, fu opera dei guerrieri e della nobiltà “di spada”. Infine l’ultimo piano, il terzo è stato realizzato nello stile zenshu-butsuden, di chiarissima influenza cinese, che testimonia la profonda contaminazione che esiste tra le culture asiatiche.

In vetta al Padiglione d’Oro c’è l’Ho-o, un uccello leggendario che poi è l’equivalente della fenice del mito greco nella cultura orientale. Non poteva che essere così. C’è una leggenda, una delle tante, su questo posto. Si crede che qui siano conservate le ceneri del Buddha. Riposerebbe al Kinkaku-ji nella sua manifestazione e attributo del Sakyamuni, il Saggio tra i Sakya. E perciò, tutto qui rimanda al Cielo. Anche il lago, che non a caso è detto Kyoko-chi (a specchio) e che riflette l’immagine del Tempio, sradicandolo agli occhi dei turisti e (soprattutto) dei fedeli dalla terra.

Nel 1994 il Tempio del Padiglione d’Oro è entrato nel patrimonio mondiale dell’umanità redatto dall’Unesco. Ma la sua storia recente è tribolata. È stato ristrutturato nel 1987 e nel 2003 fu finalmente terminato il tetto. Sessantasette anni fa, però, la prova più difficile. Il due luglio del 1950 il Tempio venne distrutto da un incendio, appiccato da un monaco di 22 anni. Diede alle fiamme il tempio e poi tentò di uccidersi. Riuscì nel primo proposito, non nel secondo. II giovane novizio, Hayashi Yoken, fu arrestato a scontò una pena mitigata dal fatto che gli venne riconosciuta l’incapacità mentale.

Quel gesto folle finì per legare il Tempio alla modernità del Giappone e alla grandissima letteratura. Nel 1956, infatti, ispirò lo scrittore Yukio Mishima che di quell'atto sacrilego del monaco folle scrisse un romanzo. Esplorò la drammatica distanza fra la bellezza assoluto e i limiti invalicabili della finitezza umana, l’incapacità e l’inadeguatezza dell’uomo di assurgere ai livelli più alti delle opere dello spirito. Un tema spirituale che è centrale e attualissimo, e non solo nell’anima giapponese.

Ancora oggi il Padiglione d’Oro rappresenta al massimo grado l’apporto che diede al Giappone la cultura Zen. Un incontro che s’è levato altissimo, fino a rimbalzare dalle profondità dell’acqua e della Terra fin lassù nel più alto dei cieli.