Viaggio a Yotsugi, nel paese delle statue di Holly e Benji

In Giappone, a cinque fermate dalla capitale Tokyo, nel sobborgo di Yotsugi dove c'è il "santuario" del manga calcistico più amato di sempre e i bimbi giocano ancora in strada

Cinque fermate da Asakusa. Venti minuti, suppergiù, di trenino. Appena fuori Tokyo, c’è il paese di Holly e Benji.

È più facile raggiungere Yotsugi perché ci si è persi che andandoci apposta. È un sobborgo alle porte della metropoli giapponese che annovera tra i suoi figli più illustri il signor Yoichi Takahashi. Ai più, questo nome non dirà nulla. Ma Takahashi è il papà del manga calcistico più famoso della storia. Se non ci fosse stato lui, probabilmente, non avremmo mai visto giocare Hidetoshi Nakata, Keisuke Honda, Yuto Nagatomo, Takayuki Morimoto, Shunsuke Nakamura e tutta la compagnia scalciante nipponica che con sorte alterna s’è conquistata il diritto di giocare nella nostra Serie A.

Almeno, senza Takahashi, i pomeriggi di intere generazioni di piccoli italiani sarebbero stati molto noiosi.

Per arrivarci occorre imbarcarsi in metro da Asakusa, il centro religioso e spirituale di Tokyo. Bisogna dribblare le migliaia di pellegrini che affollano le eleganti bancarelle del Kaminari-dori, superare di slancio la folla di turisti in kimono e yukate a noleggio, poi scendere nelle viscere della metropolitana di Tokyo. Da qui, sperando di aver preso il “locale” giusto sulla Keisei Line, quello che azzecca la fermata e non la salta per ragioni di speditezza, si arriva in un altro Giappone.

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Già usciti dalla stazione si sente, è proprio il caso di dirlo, la differenza. Non c’è il passo cadenzato dei salary men che rimbomba nel silenzio delle fermate della capitale. Tutto è calmo, rilassato. Sembra incredibile, dopo la bolgia Appena fuori, una mappa accoglie il turista e gli spiega (rigorosamente in giapponese) dove trovare le statue dedicate ai personaggi di Holly e Benji che, da qualche anno a questa parte, sono state posizionate in tutto il paese.

L’unica è chiedere indicazioni, sperando nell’inglese lingua franca. Dopo alcuni tentativi, e dopo un’infruttuosa incursione informativa in un kombini ( quei negozi che vedendo di tutto, dalle sigarette fino al pollo fritto), un raggio di speranza. Una ragazzina, appena uscita da scuola con indosso la divisa alla marinara si offre di accompagnarci alla statua di Tsubasa Ozora. Già, doveste capitare lì non chiedete né di Holly Hutton né di Mark Lenders: i personaggi sono tutti giapponesi e, ovviamente (almeno in patria), portano nomi rigorosamente nipponici. La statua di Holly, che è Capitan Tsubasa, è in un parco giochi dove i bambini giocano a baseball. Ci si entra tramite una retina che si scosta, non è mica come quei campetti da noi, cinti da lucchetti e catenacci.

Ci si arriva percorrendo un dedalo di viottoli tra le basse palizzate color legno scuro che cingono le casette unifamiliari. È lì che ci si accorge quanto ci sia di Yotsugi nel cartone, quelle strade assomigliano pari pari a quelle in cui Holly sfidava Benji nelle imprese impossibili fuori dal campo.

La statua di Holly nel parco è quella più rappresentativa dell’intero allestimento curato in città. Rappresenta il campioncino che, pallone tra i piedi, si stringe al braccio la fascia da capitano. È (anche) per questo gesto che i giapponesi (e poi il resto del mondo) si sono innamorati prima di lui e poi del calcio. In bronzo e fatta ad altezza naturale (solo questa, però), si tratta di una delle prime istallazioni. Le altre (in tutto sono otto) dedicate a Mark Lenders (Kojiro Hyuga), a Benji Price, a Bruce Harper (Ryo Ishizaki), alla mitica Patty (Sanae Nakazawa) e al grandissimo Roberto Sedinho (Roberto Hongo), sono disseminate in giro per il paese. Sulle strade, appese ai lampioni, campeggiano le gigantografie di Tom Becker e degli altri campioni della nazionale giapponese dei cartoni. Senza una guida c’è da perdersi. Ma ci si perderebbe in un piccolo angolo di felicità.

A Yotsugi, nel Giappone “nascosto” ma forse più autentico, la vita scorre placida e tranquilla. Sembra un controsenso, nella nazione hitech per eccellenza, in quella dove si muore per troppo lavoro, dove i rapporti umani sono difficili se non impossibili.

Eppure lì i bambini scorazzano felici, liberi di vivere la loro infanzia senza paura, senza terrore, senza pensieri. Uno di loro, con il cappellino e lo skateboard a tracolla, ci propone di portarci fino alla statua di Roberto Sedinho. Per arrivarci dobbiamo attraversare un altro parco, qui c’è un laghetto dove altri ragazzini – che non avranno avuto più di dieci anni – giocavano con i retini a pescare granchi e pesciolini. Te li aspetteresti tappati in casa a compulsare Playstation, invece sono lì a giocare per strada come facevano i loro padri e i loro nonni. E come facevamo anche noi, in fondo.

Una ragazzina, insieme al fratellino, vede dei visi stranieri, dei gaijin e si avvicina per chiederci “How are you?”. Vuole provare se l’inglese che le stanno insegnando a scuola funziona o no. Giusto il tempo di risponderle, di dirle che arriviamo dall’Italia e sgattoiala via mentre, dalla porta di un tempio che sbuca fra le case, alcuni anziani sorridono e una donna si prodiga a sciacquar gli usci dei vicini.