Dopo Vienna, i nuovi equilibri del Golfo

Continua, sempre più cruenta la guerra in Yemen. Tuttavia gli accordi fra Washington e Teheran aprono a nuovi scenari, e i sauditi potrebbero trovarsi spiazzati

Continua – nonostante la sostanziale disattenzione dei Media internazionali, distratti da altri scenari – la guerra in Yemen che vede contrapposti i ribelli Houthi, di fede zaidita, appoggiati dall’Iran, ad una coalizione di paesi sunniti del Golfo capeggiata dall’Arabia Saudita. Continua e ristagna, visto che l’offensiva dei sauditi sembra non essere in grado di riprendere la capitale Sanaa e respingere gli Houthi nelle loro sedi avite sulle montagne del Nord. E questo nonostante il blocco navale anglo-americano che impedisce l’arrivo di aiuti da Teheran. Certo, l’annunciato intervento a fianco di sauditi, Bahrein e Emirati Arabi di truppe sudanesi ed egiziane, nonché quello posto in atto in questi ultimi giorni dal Qatar potrebbe imprimere una svolta al conflitto, che è chiaramente solo l’ultimo episodio della partita a domino in corso da tempo fra gli ayatollah iraniani e Riyadh per la supremazia nel Medio Oriente. Tuttavia i recenti accordi di Vienna fra Washington e Teheran potrebbero incidere notevolmente sullo scenario, modificandone radicalmente le coordinate fondamentali. La priorità di Barack Obama è, in questo momento, contenere l’avanzata dei jihadisti dello Stato Islamico in Iraq e Siria, e per far questo, senza impegnare truppe statunitensi in una operazione terrestre sicuramente onerosa e dai dubbi orizzonti, necessita di un accordo con gli iraniani, che già da tempo rappresentano uno dei principali baluardi contro la minaccia del Califfato. Necessità che, ovviamente, preoccupa Riyadh, al punto che, dopo Israele, il regno saudita – con i satelliti Bahrein e Kuwait – è stata l’unica potenza regionale a valutare negativamente le aperture verso Teheran e la conseguente revoca delle sanzioni.

Per altro – al di là del conflitto yemenita che rappresenta un po’ la cartina di tornasole di tutta uno scenario in movimento – gli accordi fra USA ed Iran potrebbero avere un impatto deflagrante sul Gulf Cooperation Council, l’organizzazione dei paesi del Golfo guidata, sin dalla sua nascita nel 1981, dai sauditi. Infatti, proprio il (prevedibilmente) prepotente ritorno di Teheran nel consesso politico-economico internazionale viene vissuto e interpretato in modo diverso dai diversi paesi che compongono il GCC. Da un lato Riyadh, il Bahrein e, in parte, il Kuwait che temono l’espansione dell’influenza iraniana soprattutto a causa delle forti minoranze interne di confessione sciita che già hanno creato non pochi problemi nel piccolo Bahrein – dove tentativi di rivolta sono stati duramente repressi dall’intervento delle forze di Riyadh – e che potrebbero far implodere lo stesso regno dei Saud, la cui costa orientale, la più ricca di giacimenti petroliferi, è per lo più popolata da tribù sciite. Dall’altro Emirati Arabi Uniti e Qatar – per i quali le inconsistenti minacce sciite non rappresentano alcuna minaccia – che hanno salutato con autentico favore gli accordi di Vienna, vedendovi la possibilità, immediata e concreta, di notevolissime aperture commerciali e finanziarie.

E su questa linea si trova, anche e soprattutto, l’Oman. Il poco popoloso, ma economicamente importante e in continua crescita, Sultanato di Mascate ha infatti storicamente sempre intrattenuto strette relazioni con l’Iran, in forza sia della sua vocazione mercantile, sia della pura e semplice posizione geografica. Infatti Mascate e Teheran condividono il controllo dello Stretto di Hormuz, via privilegiata di traffici e commerci, in particolare cruciale per quello petrolifero, e la revoca delle sanzioni apre nuovi, vastissimi, orizzonti. Inoltre l’Oman si differenzia da tutti gli altri paesi arabi del Golfo per il fattore religioso. Infatti i suoi abitanti appartengono, in larga maggioranza, alla confessione “ibadita” , una setta separatasi dal ceppo dell’Islam già nel 685 d.C., caratterizzata proprio dal porsi in una posizione diversificata tanto dai Sunniti che dagli Sciiti. Di qui un regime monarchico assolutistico che, tuttavia, garantisce nel Sultanato la più completa tolleranza e libertà religiosa. Di qui, soprattutto, il chiamarsi fuori di Mascate da tutti i conflitti regionali che hanno visto contrapporsi Riyadh a Teheran, colorandosi inevitabilmente di scontri confessionali, la famosa Fitna. E infatti l’Oman è stato l’unico paese della penisola arabica che non appoggiò in alcun modo l’Iraq di Saddam Hussein nella lunga e sanguinosa guerra che lo contrappose, negli anni ’80, all’Iran appena stravolto dalla Rivoluzione Verde, continuando anzi a intrattenere relazioni commerciali e politiche con il nascente regime degli ayatollah. Così come oggi l’Oman è praticamente il solo paese del GCC a non partecipare alla coalizione impegnata in Yemen contro gli Houthi.

Non a caso, gli inviati del Sultano Qaboos bin Said Al Said si sono precipitati, appena una settimana dopo la firma degli accordi fra Washington e Teheran ad incontrare i rappresentanti del Presidente iraniano Rohani per trattare, e siglare, un faraonico contratto commerciale in campo petrolifero. Precedendo in questo, tutti gli altri paesi, anche i rapidissimi francesi e tedeschi. L’Oman infatti è, come dicevamo, una potenza finanziaria non trascurabile, come dimostra, per altro l’interesse dimostrato dal suo fondo sovrano sta muovendosi con molto dinamismo anche in Italia – per altro alla sua guida come Capo Economista vi è Fabio Scacciavillani, originario di Campobasso, uno dei manager italiani di più alto profilo internazionale – dove sta cercando di acquisire il 10% del Fondo strategico italiano – controllato dalla Cassa Depositi e Prestiti e, soprattutto, ha manifestato notevole interesse per la Tata Group, la consociata di Finmeccanica – specializzata nel settore enginnering e nell’alluminio – che recentemente ha siglato con Teheran un importante contratto per 500 milioni di dollari

Dunque, proprio la particolare posizione internazionale, potrebbe fare dell’Oman un protagonista della nuova scena del Golfo, e assegnargli un ruolo fondamentale nel ridisegnare i delicati e precari equilibri geopolitici e geo-economici della regione.

Andrea Marcigliano

Senior fellow del think tank “Il Nodo di Gordio”

www.NododiGordio.org