Monicelli sapeva dirigere le atmosfere

Caro Granzotto, anche se i suoi film mi sono piaciuti trovo eccessivo lo spazio dedicato a Mario Monicelli. Soprattutto il fatto che gli si attribuiscono doti che secondo me non aveva. In fondo era un regista che traduceva in film una storia che secondo me è quello che conta. Un esecutore che deve il suo successo al fatto di aver scelto belle storie, scritte bene e ben sceneggiate. Quando si hanno quelle il lavoro del regista è semplicemente quello di tradurre visualmente ciò che l’autore ha ideato. Mi dica se sbaglio.
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Sì e no, caro Benevolo. Una buona storia, soprattutto una buona sceneggiatura conta eccome. Ma serve a poco se a tradurla in film è un regista mediocre. E Mario Monicelli fu un ottimo regista, ottimissimo. Ne parlo ovviamente da spettatore, non avendo io le competenze che costituiscono il bagaglio del critico cinematografico né la cultura propria di Walter Veltroni, titolare di un diploma di istruzione secondaria rilasciato dall’Istituto professionale di Stato per la cinematografia e televisione. Per un non cultore della materia, quale non faccio difficoltà a dichiararmi, le dico allora che anche se non basta per essere un grande, il bravo regista così come il bravo scrittore è per me quello che riesce a rappresentare un oggetto, una persona, un sentimento, il complesso di quelle condizioni che chiamiamo atmosfera. Assediato da un giovane che voleva fare il romanziere e non sapeva da dove cominciare, Puškin, esasperato, gli mise in mano un foglio di carta e una matita: «E adesso vai in quel bosco lì dietro, scegli un albero e descrivilo in modo che io possa poi riconoscerlo». Saper descrivere è anche il dono del bravo regista, questo intendevo dire. Ed era il dono di Monicelli. Ricorda Parenti serpenti? In una delle prime scene la tribù familiare s’incammina lungo strette vie della cittadina abruzzese per recarsi alla messa di Natale. In quella breve sequenza il regista riesce non solo a trasmettere quella certa condizione esultante delle feste in famiglia momentaneamente sospesa o comunque controllata nell’apprestarsi al rito religioso, ma a far percepire allo spettatore - come posso spiegarmi? - persino quel profumo di legna che arde nei camini e nelle stufe e che s’avverte d’inverno nei borghi di montagna. Fosse o meno scritto nel copione, è un risultato non facile da raggiungere e per riuscirci si deve essere proprio bravi.
Converrà, caro Benevolo, che evocare l’impressione paesaggistica - anche nel cinema che pure conta sull’immagine - non è da tutti. E secondo me saranno sempre meno quelli che ci riusciranno con successo. È una disposizione che si sta perdendo (e dunque la perdono gli autori, i registi) perché proprio la civiltà dell’immagine sta via via atrofizzando la fantasia. Che con la lettura o anche l’ascolto della radio (che un tempo trasmetteva commedie e sceneggiati) viene invece continuamente messa alla prova. Quel volto, quel paesaggio, quel riso o quelle lacrime, tutte cose che oggi si possono vedere - e a colori, e in movimento - su uno schermo, lettore e ascoltatore dovevano ricostruirle, in base agli elementi forniti dall’autore, nella propria immaginazione. Ai più talentuosi, come Monicelli, bastava una semplice pennellata (Tolstoj scrisse che una esauriente immagine della pianura russa nell’inverno poteva essere data da una quindicina di parole: «Un ponte di legno su un fiumiciattolo gelato, attraversato da due stivali che camminano da soli». Ma era Tolstoj).
Paolo Granzotto