Monsignor Wielgus incastrato da una «i»

Nella lista dei 240.000 nomi citati nei dossier dell’Istituto polacco per la memoria nazionale il nome di Stanislaw Wielgus - l’arcivescovo mancato di Varsavia costretto a dimettersi dopo la rivelazione dei documenti che provavano la sua collaborazione con la polizia del regime comunista - compare due volte. Un dato poco significativo, si dirà: in effetti quel lunghissimo elenco in ordine alfabetico, reso noto all’inizio del 2005 trasgredendo le leggi vigenti sulla privacy da Bronislaw Wildstein, giornalista oppositore del regime, contiene sia i nomi dei collaboratori (tutti i collaboratori e gli informatori, non soltanto quelli legati alla Chiesa) sia quelli delle vittime. La presenza del proprio nome nell’elenco, insomma, può significare sia che si è stati inconsapevolmente oggetto dell’attenzione dei servizi segreti, sia che si è cooperato attivamente con loro perché costretti, ricattati o convinti. Questa lista, diffusa senza alcun distinguo, è stata pubblicata su Internet (il link è disponibile anche nell'enciclopedia telematica Wikipedia) e riprodotta su vari siti, come ad esempio quello del giornalista svizzero Mandfred Ferrari (www.kathmedia.com).
Già da quasi due anni, dunque, chiunque poteva vedere che nella selva composta da quegli indistinti 240.000 nomi, a Stanislaw Wielgus erano attribuiti due dossier, rispettivamente i numeri IPN BU 001198/5835 e IPN BU 00612/2542. Non si trattava di segreti di Stato. Era perciò noto da due anni che Wielgus, all'inizio del 2005 già vescovo di Plock dopo essere stato a lungo stimato rettore dell’Università cattolica di Lublino, aveva avuto a che fare, nel bene o nel male, con i servizi segreti. Era stato spiato o era divenuto suo malgrado, più o meno consapevolmente, una spia. Un particolare che di per sé avrebbe dovuto consigliare qualche approfondimento, nel momento in cui Wielgus, da pastore di una piccola diocesi della periferia polacca, veniva candidato alla guida della diocesi della capitale, quale successore del cardinale Glemp.
Se la nunziatura di Varsavia o la Conferenza episcopale polacca avessero promosso un’indagine, che cosa sarebbe emerso? La risposta non è facile. Infatti, tutti i dossier cartacei riguardanti Wielgus e pure i microfilm che li riproducevano, sono andati distrutti dopo il 1989 e la caduta del regime. Come e perché, allora, sono emerse le pagine relative all’arcivescovo eletto di Varsavia? Chi le ha tirate fuori? La disgrazia di Wielgus è dovuta a un refuso, a un errore dell’archivista, come ha confermato ieri lo storico Ian Zaryn, che studia i dossier dell’Istituto per la memoria nazionale: catalogando il microfilm, infatti, il nome di Wielgus era stato storpiato in «Welgus». Mancava una «i», che invece c’era, regolarmente, in tutti i documenti attribuiti al sacerdote e futuro vescovo.
A causa di questa «i» le pagine contenute nel microfilm non sono state distrutte, ma sono state scovate e utilizzate. In effetti, anche se il 20 dicembre scorso il settimanale Gazeta Polska non indicava fonti precise né pubblicava i testi dei documenti, le rivelazioni che riportava su Wielgus si sarebbero dimostrate esatte: da sacerdote, il futuro vescovo si era impegnato a collaborare con la polizia segreta. Resta da chiedersi perché, ancora il 2 gennaio scorso, l’Istituto per la memoria nazionale abbia dichiarato che nei giorni precedenti né la nunziatura apostolica né la conferenza episcopale polacca avessero svolto ricerche d’archivio. In ogni caso, dopo la clamorsa pubblicazione dei documenti, un dossier di 80 pagine viene spedito in Vaticano. Ma, a quanto pare, si perde nei meandri di qualche ufficio. Così la Santa Sede conferma la presa di possesso della diocesi da parte dell’arcivescovo Wielgus, costretto poi a rinunciare nel giro di poche ore, dopo che, con un secondo invio per e-mail, il dossier arriva finalmente sul tavolo del Papa.
Ieri la stampa polacca ha pubblicato un’altra notizia: dopo la morte dell’eroico primate Stefan Wyszynski, avvenuta il 28 maggio 1981, il regime comunista aveva tentato di influenzare la nomina del suo successore suggerendo una rosa di dodici nomi considerati amici. Il nome di Jozef Glemp, già segretario di Wyszynski e tenacemente da lui voluto quale successore (il primate morente lo chiese come favore personale a Papa Wojtyla), non era tra questi. È paradossale, ma gli ormai sepolti servizi segreti della defunta Polonia comunista, opportunamente riciclatisi, sono riusciti a influenzare proprio la nomina del successore di Glemp.