MONTANELLI Il testimone scomodo per tutti

Sull’uso dei gas in Etiopia non fu «negazionista». E nel caso Priebke si battè contro un inumano accanimento

«Indro carissimo, ho riletto pacatamente il tuo scritto sul 25 luglio ’43 e ne sono rimasto entusiasta ed ammirato. Tu sei riuscito a fare di questa storia una cosa originalissima, piena di novità e scoperte anche a me stesso. Sei uno stregone davvero!». Così scriveva Dino Grandi a Montanelli nel 1963: e proprio prendendo spunto dalle sue parole Sandro Gerbi e Raffaele Liucci hanno intitolato Lo stregone (Einaudi, pagg. 391, euro 18) un libro dedicato alla «prima vita» di Indro. «Prima vita» perché abbraccia gli anni fino al 1957, quando morì Leo Longanesi. Ma sono frequenti, in questo saggio, le incursioni in anni e decenni successivi.
Gerbi e Liucci hanno compiuto un eccellente lavoro, con puntigliose ricerche nella mole sterminata di articoli, saggi, romanzi, opere teatrali che Montanelli ci ha lasciato, e che danno sostegno documentale alla sua biografia. I ritrattisti hanno ammirazione e simpatia per il ritrattato: ma senza alcuna rinuncia a sottolineare qualche sua debolezza. O una certa sua tendenza ad accomodare i fatti così che coincidano con i suoi estri. Si sapeva già molto, direi quasi tutto, del nascere e crescere della stella montanelliana: ma leggendo queste pagine torna l’ammirazione per un talento ineguagliabile. Gerbi e Liucci individuano due capisaldi nella tecnica cronistica e narrativa di Indro. Il «io ero lì», ossia la convinzione che solo chi abbia materialmente assistito a un fatto sia autorizzato a parlarne; e poi la preferenza del verosimile al vero.
Il primo dei capisaldi - di cui non discuto la ragionevolezza - ha trovato smentita nella più famosa opera libraria di Montanelli, la Storia d’Italia: che fino agli ultimi tredici volumi - quelli che abbiamo scritto a quattro mani, e che descrivono avvenimenti contemporanei - era tutta, per motivi cronologici, un «io non c’ero». E quel non esserci stato rappresentò, per Montanelli, un vantaggio. Ne discorrevamo un giorno, e io riconoscevo che le pagine della Storia di Roma, ad esempio, erano più divertenti di quelle in cui ci eravamo occupati della prima repubblica. «Il fatto - osservai, e Montanelli si disse pienamente d’accordo - è che Nerone non può dare querela, e Fanfani può darla».
Le approssimazioni montanelliane, quel suo gusto del verosimile - esprimo un concetto risaputo - raggiungevano a volte verità più profonde della verità vera. I suoi incontri non erano caricature, come non lo erano i quadri di Goya. Erano a volte rivelazioni. E il suo anti-antifascismo non era qualunquismo rozzo. Era allergia istintiva a tanto bolso conformismo resistenziale, era una vena di ribellione che - nella corrispondenza del 1954 con Clare Boothe Luce, ambasciatore Usa a Roma - generò velleità golpiste. Indro ebbe la fortuna che quella corrispondenza divenisse di pubblica ragione dopo che aveva rotto con Berlusconi. Per questo gliela passarono abbastanza liscia. Fosse successo prima l’avrebbero martoriato.
Detto il bene che penso de Lo stregone, mi limito a ricordare - perché vi sono stato personalmente coinvolto - due punti che nel libro vengono toccati. L’uno concerne l’uso dei gas, da parte italiana, nella guerra d’Etiopia. Secondo Gerbi e Liucci, Montanelli fu «negazionista» a oltranza fino al ’96: quando finalmente riconobbe che «i documenti mi danno torto».
È strano che i due autori, così attenti, non si siano accorti che della questione gas ci eravamo occupati, Montanelli e io, ne L’Italia littoria, anno di pubblicazione 1979. Lì la questione veniva risolta, nel senso che i gas c’erano stati. Cito: «In alcune occasioni gli italiani fecero uso dei gas. Lo ha ammesso, sia pure a scopo riduttivo, Lessona (ministro delle colonie, ndr) secondo il quale il generale Graziani decise di far sganciare, per intimidazione o per diritto di rappresaglia, “tre, dico tre, piccole bombe a gas sul campo nemico teatro di tanta ferocia”. La ferocia era stata esercitata sullo sventurato pilota Minniti che gli abissini avevano catturato sul fronte somalo e quindi ucciso, decapitato, mutilato... Dell’uso dei gas in misura assai più consistente di quella indicata dal Lessona fa cenno un volume ufficiale italiano nel quale si attesta che 5 aerei sul fronte somalo “lanciarono kg. 1700 gas”. Mussolini stesso a Graziani che il 16 dicembre 1935 aveva chiesto libertà d’azione per i gas rispose che autorizzava il loro impiego “nel caso V.E. lo ritenga necessario per supreme ragioni difesa”». Molto prima del 1996 Montanelli aveva dunque firmato un testo che - nonostante la sua personale esperienza suggerisse il contrario - riconosceva che i gas erano stati usati.
Il secondo punto riguarda Erich Priebke, l’ufficiale delle SS che, scoperto a Bariloche in Argentina da una troupe televisiva, fu estradato in Italia e dopo alterne vicende condannato all’ergastolo per la sua partecipazione alla strage delle Fosse Ardeatine. Sia io sia Montanelli ci battemmo contro l’accanimento dimostrato nei confronti di Priebke, e nello Stregone quest’atteggiamento di Indro viene attribuito a un suo cronico giustificazionismo dei crimini nazisti rivelatosi già nei dubbi sulla legittimità del processo di Norimberga. Qui voglio essere chiaro.
Nessun giustificazionismo. Semplicemente, da parte di Montanelli, la cavalleresca ripugnanza per una persecuzione con cui, secondo copione, l’Italia che non ha mai processato i suoi criminali di guerra faceva dello zelo antinazista. E lo faceva trascinando in processo un vecchio. Processo iniquo perché altri ufficiali che come Priebke erano subordinati del colonnello Kappler - condannato, lui solo, all’ergastolo - erano stati prosciolti nel 1948 da un tribunale militare italiano per aver eseguito ordini superiori. Ma a distanza di mezzo secolo si voleva essere più severi, e poiché in questo revival Priebke, pur condannato, aveva ottenuto attenuanti che lo rimettevano in libertà, ci fu una rivolta di piazza, i giudici militari vennero assediati, e il guardasigilli Flick estraesse dalla manica l’asso d’una pretesa richiesta d’estradizione tedesca. Priebke restò in galera - di quella fantomatica estradizione non s’è saputo più nulla - ci fu un nuovo processo, finalmente con l’agognato ergastolo.
A me e a Montanelli tutto questo è parso meschino, uno sfoggio molto tardivo di implacabilità resistenziale da parte d’un Paese che ha infinite code di paglia. Sono ancora convinto che avessimo ragione.