Per Montolli a Milano la morte è un gioco di prestigio

Ne «L'Illusionista» si mescolano elementi del giallo d'antan che occhieggia all'hard boiled e l'esperienza dell'autore nelle inchieste sul campo nel mondo delle scommesse, dell'azzardo, della mala meneghina

Milano e l'Hinterland virate al nero, raccontate con il piglio del cronista che si è consumato le suole delle scarpe a furia di inchieste, con il guizzo di chi il giallo e i suoi cliché li conosce a menadito. Questa potrebbe essere la sintesi, breve breve ma esatta, di quello che il lettore troverà nel nuovo romanzo di Edoardo Montolli: L'Illusionista (Aliberti, pagg. 398, euro 19).
E se Milano è la patria ideale di un certo tipo di noir - che ha le sue radici prime in De Angelis e in Scerbanenco e i suoi continuatori in scrittori come Sandrone Dazieri e Piero Colaprico - Montolli (autore anche de Il Boia e La ferocia del coniglio) di quella tradizione, delle sue espressioni più pulp, è un continuatore ruspante e capace di stupire. Ne L'Illusionista, infatti, si mescolano elementi del giallo d'antan che occhieggia all'hard boiled e l'esperienza dell'autore nelle inchieste sul campo nel mondo delle scommesse, dell'azzardo, della mala.
Ecco, allora, che al centro della storia troviamo un professore un po' sgarrupato, Johnny Santini, che quando non insegna al liceo classico "Giovanni Pascoli" in quel di Rho - «Rho non era mai stato un punto sulla carta geografica, era stato un punto nell'aria: i suoi confini e i paesi limitrofi si riconoscevano dall'odore e dal colore del cielo» - si dedica attivamente ad azioni illegali in difesa degli animali. Prima libera da un'azienda farmaceutica un branco di beagle, utilizzati per provare gli effetti dei cosmetici, poi si mette a filmare i combattimenti clandestini dei cani - «gli animali venivano lavati col latte prima dell'incontro per togliere il veleno con cui il padrone poteva averli cosparsi» - per far in modo di incastrare le iene a due zampe che li organizzano.
Ma se Santini si muove fuori dai limiti della legge (un po' perché è innamorato di una bella vegetariana, un po' perché fare lo Zorro salva bestiole lo fa sentire vivo) di certo non immagina di trovarsi invischiato in un giro di omicidi efferati che partono in un convento e finiscono per coinvolgere persone che, all'apparenza, non hanno alcun nesso le une con le altre. Eppure è proprio quello che gli capita, in rapida sequenza si ritrova sul gobbo una monaca con la gola tagliata, un finto agente del Sisde che prima lo incastra e poi finisce spiaccicato da un tir, un losco imprenditore con un buco in testa... E non bastasse c'è pure il commissario Boe, sbirro disilluso ma col fiuto fino, che gli dà il tormento. Per cavarsi d'impaccio dovrà passarne di tutti i colori e scontrarsi con poteri molto arcani e con una vecchia leggenda della malavita che diventa sin troppo reale. Non è comunque il caso di raccontare come va a finire, mica che rovinando la sorpresa Montolli, per eccesso di realismo, mi spari. Ma al di là della trama quello che diverte è la prosa densa e concreta (sopra avete visto qualche virgolettato d'assaggio) che rende bene tutti gli ambienti - dal pub Barracuda pieno di "fattoni" alla descrizione di Arese, «la cattedrale dei metalmeccanici» - e rende concreti e sgangherati i personaggi. Non sarà Lansdale e nemmeno Larsson - c'è qualche manierismo di troppo - ma cavolo, diverte (senza obbligarci ad emigrare sempre in Svezia).