Il moralismo senza memoria sui morti di Praga e Budapest

Francesco Damato

Il vice direttore Pierluigi Battista ha giustamente scorticati vivi sul Corriere della Sera di qualche giorno fa quei sessantenni, o giù di lì, che in occasione del cinquantesimo anniversario della rivoluzione di Budapest soffocata nel sangue dai sovietici hanno fatto le pulci «agli Ingrao e ai Napolitano» per non avere capito in tempo da che parte fosse giusto schierarsi. Dodici anni dopo Budapest, nel 1968, i sovietici soffocarono nel sangue anche la rivoluzione di Praga. I sessantenni oggi così severi contro Ingrao e Napolitano che cosa fecero allora, da ventenni, per difendere le aspirazioni dei cecoslovacchi alla libertà e all’autonomia? Nulla. Quella che si riteneva «la meglio gioventù», impegnata a costruire il futuro con una contestazione spesso dissennata e violenta, non trovò né il tempo né la voglia di un corteo o di uno straccio di manifesto in soccorso di Praga. Dove gli insorti avevano il torto di pensare che dal modello sovietico si potesse uscire non «da sinistra, come stava facendo Mao, ma da destra».
«In un liceo rosso e bene della capitale - ha raccontato Battista con spirito forse autobiografico - strapparono addirittura i volantini pro-Dubcek distribuiti dalla sparuta pattuglia dei giovani repubblicani, che venivano considerati dei mentecatti, a meno che non sfilassero, quelle poche unità che erano, in qualche manifestazione dal forte carattere, come si diceva, unitario e immancabilmente antifascista».
Ben detto, carissimo e bravissimo Pigi, che è il felice diminutivo di Pierluigi usato dagli amici. Ma, visto che ti trovi e che il coraggio certamente non ti manca, come hai dimostrato anche in altre occasioni sfuggendo alle tentazioni del «terzismo», perché non accorci un po’ lo sguardo, sino a posarlo su qualche collega che ti sta molto vicino, e non parli anche della «meglio gioventù» di una trentina d’anni fa? Erano quelli bui e terribili del terrorismo. Dai quali abbiamo ereditato un bel po’ di facce toste che si sentivano e si sentono tuttora intelligenze finissime. Alcune ammazzavano con le armi, altre con la penna e con la parola. Alcune sono arrivate agli onori delle carriere, particolarmente di quelle editoriali, attraverso galere più o meno scontate e pentimenti più o meno sinceri, altre in modo diretto, senza passare per anticamere di sorta. Non c’è salotto televisivo o giornale - di sinistra, di destra e di centro - che non ne sia affollato.
Se non godono della stima o solo della sopportazione di queste supponenti intelligenze, formatesi alla scuola della lotta armata o delle organizzazioni più o meno limitrofe, spesso di vero e proprio fiancheggiamento, equidistanti nella migliore delle ipotesi tra il terrorismo e lo Stato, i poveretti che in gioventù non vollero provare quelle forti emozioni, o che addirittura osarono contrastarle con i pochi e rischiosi mezzi a disposizione, difficilmente riescono oggi a lavorare. O se ancora riescono a farlo, difficilmente emergono dall’anonimato o dal cono d’ombra in cui sono stati cacciati per la loro biografia troppo normale, direi anzi banale, perché non contrassegnata da militanze extraparlamentari e simili, o da doppi giochi compiuti all’ombra dei servizi segreti.
Ripeto, caro Pigi, vogliamo parlare anche di queste intelligenze che si considerano superiori, che si sono impancate a maestri di vita, a giudici inappellabili? Vogliamo deciderci a cantargliene finalmente di santa ragione, anche a costo di ridursi a scrivere sui cessi? Che peraltro sono quasi scomparsi dalle strade, purtroppo.