La morte di Roland Barthes è un giallo. Semiologico

Laurent Binet imbastisce una trama di intrighi rocamboleschi e cerebrali. E se fosse tutto vero?

I francesi sanno bene di che cosa parlano quando parlano di «épater la bourgeoisie». Cioè letteralmente di «stupire la borghesia» o, più volgarmente, dialetticamente, sociologicamente e soprattutto politicamente, di «prendere per i fondelli». Ma non sono stati i primi a eccellere in questa specialità. Furono gli antichi Greci a istituire addirittura scuole di formazione, anzi autentiche università dedicate al menare il can (borghese o proletario o aristocratico) per l'aia glissando, cambiando discorso per modellare a proprio piacimento il dialogo fatto di logos e piegarlo ai propri scopi, facendosi dare, alla fine, persino ragione dalle loro vittime. Erano i Sofisti, antagonisti preferiti da quella vecchia lenza di Socrate, come ci ha raccontato Platone, il suo formidabile ufficio stampa.

Ma se, partiti dalla Francia dei Baudelaire e dei Rimbaud, e transitati per la Grecia dei Protagora e dei Gorgia, torniamo Oltralpe, nella Parigi degli anni '70 e '80 del Novecento, facciamo un passo in avanti, in tema di épater e di sofistica, poiché la presa per i fondelli, allora, sale di grado e diventa circonvenzione d'incapace. Dialetticamente, sociologicamente e, soprattutto, politicamente. Ce lo dimostra un romanzo, se i romanzi possono dimostrare qualcosa, specialmente quelli del genere «giallo». E forse ce lo dimostra malgré soi, senza volerlo. Ma tant'è, i lettori siamo noi, e siamo noi, una volta che il libro è stato pubblicato, a tenere le pagine... dalla parte del manico. Il romanzo l'ha scritto un brillante docente quarantacinquenne di Letteratura, francese, ovviamente: Laurent Binet.

Già il titolo è, ma soltanto per chi abbia confidenza con la linguistica (a chi non l'ha, questo romanzo fornisce una piacevole infarinatura), chiaramente «giallo»: La settima funzione del linguaggio (La nave di Teseo, pagg. 454, euro 29, traduzione di Anna Maria Lorusso). È «giallo» perché le funzioni del linguaggio che tutti noi usiamo senza badarci, secondo il modello, universalmente accolto, del russo naturalizzato statunitense Romàn Òsipovic Jakobsòn, sono sei. Sicché dire «La settima funzione del linguaggio» fa pensare, semiologicamente, a qualcosa tipo La lettera rubata di Edgar Allan Poe: evoca qualcosa di misterioso, di mancante, di ricercato, di prezioso. Dunque di pericoloso. Ecco, abbiamo usato la parola chiave: semiologia. Infatti questo è un giallo semiologico, o semi(o)logico come in fondo sono tutti i gialli.

Ma chi lo possiede, questo tesoro, questo strumento fondamentale per épater, per sofisticizzare, per prendere per i fondelli, e quindi battere gli avversari, e al limite, putacaso, vincere le elezioni? Ce l'ha un mite signore di 65 anni, coltissimo e solissimo, dopo la morte dell'adorata madre. Si chiama Roland Barthes. È un critico letterario innamorato di Proust, è uno strutturalista. È, appunto, un semiologo, cioè uno che studia la vita dei segni (delle parole, in primis) nella vita sociale.

Siamo nel 25 febbraio del 1980, a Parigi. Barthes sta tornando a casa dopo un pranzo offerto niente meno che da François Mitterrand, impegnato nella campagna elettorale contro («contro» è una preposizione e/o avverbio molto semiologica/o) Valéry Giscard d'Estaing. Sinistra contro destra, la solita minestra. Riscaldata, questa volta, da una morte eccellente. Quella appunto di Barthes, travolto dal furgoncino di una lavanderia e deceduto in ospedale dopo un mese d'agonia. Si è trattato di un banale incidente, secondo la Storia. Ma non secondo il demone del dubbio che, alimentato dalle alte sfere del potere, scende lentamente alle sfere sempre meno alte, azionando il meccanismo «giallo» della fiction di Binet. Barthes è stato ucciso proprio perché era l'unico ad avere la pozione magica della «settima funzione del linguaggio», scritta su un foglietto, come se fosse la lista della spesa.

Delle indagini viene incaricato il maturo commissario Jacques Bayard, una specie di Lino Ventura, autoritario, dai modi spicci e tutt'altro che di sinistra. Ma gli occorre qualcuno che conosca la materia, quantomai ostica. Lo trova all'Università di Vincennes, covo di capelloni, spinellati e... semiologi. È un quasi-professore, Simon Herzog. La coppia è ottimamente assortita, con Bayard nel ruolo del dottor Watson ed Herzog in quello di Sherlock Holmes. Così inizia una sarabanda di situazioni. Sul versante rocambolesco si annovera: il coinvolgimento dei servizi segreti bulgari; l'ombra del Kgb (che proprio in questi giorni, ironia della sorte, ha sfiorato l'onorabilità di Julia Kristeva, un personaggio del romanzo, la quale ha smentito sdegnata); un paio di giapponesi che ci stanno sempre bene; fughe; inseguimenti; agguati. Sul versante cerebrale spiccano: un seminario alla Cornell University di Ithaca; le riunioni in stile massonico del fantomatico Logos Club a Parigi e a Bologna, dove insegna un altro principe della semiologia, Umberto Eco, e durante le quali si sfidano cesellatori del linguaggio e della dialettica e al perdente viene amputato un dito; le riunioni informali che coinvolgono Michel Foucault, il maritino della Kristeva, Philippe Sollers, Jacques Derrida e via sdottorando...

In un anno e spiccioli, troviamo il vero che si mescola spesso con l'invenzione, come quando il filosofo Louis Althusser ammazza sua moglie (vero) perché ha buttato nella spazzatura una copia della settima funzione del linguaggio (invenzione). Troviamo una pagina nera della nostra Storia: la bomba alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 dalla quale si salvano per caso Bayard ed Herzog. Troviamo Mitterrand che vince le elezioni dopo aver stracciato nel duello televisivo Giscard. E se fosse lui, monsieur le president, il nuovo padrone del tesoro trafugato al povero Barthes? In fondo l'efficacia del linguaggio e l'arte della dialettica sono il papà e la mamma della politica. La quale spesso, e soprattutto volentieri, è una presa per i fondelli. Semiologicamente parlando, s'intende.