Morto il generale responsabile della sconfitta Usa in Vietnam

Perse la guerra dove inviò 500mila soldati: ne morirono 50mila. La frase più infelice: «Adesso vediamo la luce in fondo al tunnel»

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

È un vecchio detto quello che «i vecchi soldati non muoiono: svaniscono». Per William Westmoreland non è mai stato così. Si è spento a 91 anni in quello che tanti dicono essere «un altro mondo» rispetto a quello in cui operò e divenne famoso, ma per lui il passato non passò mai veramente, e anche adesso, trent’anni dopo il suo ritiro dal servizio militare, lo ricordano non per una carriera in genere brillante (si fece le ossa combattendo contro gli italiani in Nord Africa e poi in Sicilia, partecipò allo sbarco in Normandia, vinse nel 1945 la corsa al ponte di Remagen, l’unico non distrutto sul Reno, per il quale passò l’invasione alleata della Germania) ma perché toccò a lui comandare quella che egli stesso definì «la guerra più impopolare nella storia del nostro Paese». E anche l’unica guerra da cui gli stati Uniti uscirono sconfitti. La sua maledizione, insomma, si chiamò Vietnam e anche la sua fama finì con l’affogare in quelle giungle maledette, che fecero qualche carriera e ne distrussero tante altre.
Un conflitto il cui ricordo rifiuta di andarsene: ancora nella campagna presidenziale dell’anno scorso il rivale di Bush, John Kerry, lanciò la sua candidatura con una spettacolare rievocazione delle proprie imprese come pluridecorato nelle infide acque del Mekong, prima di diventare fra i più accaniti fautori del ritiro americano dal Sud-Est Asiatico. E adesso, naturalmente, è in corso un’altra guerra, su un terreno tanto dissimile, contro un nemico tanto diverso ma che comincia a sollevare gli stessi dubbi, e la cui popolarità declina secondo una traiettoria abbastanza simile a quella di 40 anni fa.
Non fu Westmoreland a volerla: ce lo mandò un presidente texano, Lyndon Johnson, che aveva ereditato da John Kennedy una modesta presenza di «consiglieri militari» Usa per aiutare il Vietnam del Sud a difendersi dall’aggressione del Vietnam del Nord, appoggiata da un forte movimento partigiano, i Vietcong. Ci trovò ventimila uomini agli inizi del 1964: nel 1968 sarebbero diventati 500mila, e 55mila tornarono a casa avvolti nei famigerati sacchi di plastica nera per i caduti. La vittoria non arrivava, e sempre più persone, a Washington e in Vietnam, cominciarono a dare la colpa al comandante in capo e alla strategia che aveva sviluppato. Non era nuova, anzi era ripresa dalla Prima guerra mondiale in Europa: «guerra d’attrito», che consiste nell’uccidere più nemici di quanti rinforzi il nemico possa avviare al combattimento. Solo che nelle giungle del Sud-Est Asiatico non c’erano fronti fissi, e allora le varie Verdun presero un nome non geografico ma «tecnico»: «Search and Destroy», «Cerca e distruggi», e la misura del successo non era data dal terreno conquistato ma dal conteggio dei nemici morti.
Il «body counting» è ridiventato di moda, cambiando quel nome fatale in Irak: quelli del Pentagono, da Rumsfeld in giù, spiegano che la promessa vittoria rapida manca finora perché il nemico ha più reclute che caduti. E l’alleato locale, altra possibile analogia, non ha grandi capacità né spirito combattivo. E questa non era colpa di Westmoreland: lo Stato sudvietnamita era stato decapitato prima del suo arrivo da un golpe favorito dagli americani che aveva portato all’abbattimento e all’uccisione di un «dittatore» amico, Ngo Dinh Diem, ma giudicato corrotto e disobbediente. Inoltre i nordvietnamiti e gli insorti comunisti ricevevano assistenza dall’Urss e dalla Cina. Westmoreland avrebbe voluto tagliare alla fonte le vie di rifornimento, ma Johnson rifiutava nel timore che il conflitto potesse in questo modo espandersi e degenerare in una guerra mondiale.
Si andò avanti così, con il conteggio dei nemici uccisi e quello dei teli di plastica. Westmoreland, forse per dovere o perché non poteva fare altro, rimase ottimista e pronunciò alla fine del 1967 la frase con cui, per sua sfortuna, è passato alla storia: «Ora vediamo la luce in fondo al tunnel». Due settimane dopo i comunisti scatenarono la loro maggior offensiva, giungendo ad occupare l’ambasciata americana a Saigon. Dopo qualche giorno furono respinti ovunque, ma l’opinione pubblica Usa si era definitivamente stancata della guerra. Johnson rinunciò a candidarsi per un nuovo mandato alla Casa Bianca e Westmoreland fu mandato a casa, dove fu accolto da dimostrazioni ostili e bruciato in effigie come «criminale di guerra». Uno storico, Arthur M. Schlesinger, lo definì «il nostro generale più disastroso dopo Custer».