Morto Vivarelli, re del cinema cult

Nell’ultima intervista prima di morire ieri a ottantatré anni, Piero Vivarelli mi diceva che stava preparando Rosso Avana: protagonista Roberta Mancino, paracadutista, oltre che nuotatrice. Proprio quello che Vivarelli era stato da giovane, quando sedicenne vestiva l’uniforme della X Mas nella Repubblica Sociale. Doveva essere una fine - Vivarelli era iscritto al Partito comunista cubano - per congiungersi all’inizio, come in Più buio che a mezzanotte non viene (Edizioni dell’Oleandro), il suo recente romanzo autobiografico.
Vista la vocazione di Vivarelli a schierarsi ora con questo, ora con quello dei grandi schieramenti sconfitti del ’900, può stupire che lui sia stato uomo di spettacolo e che la sua prima popolarità gli sia derivata da Il tuo bacio è come un rock e Ventiquattromila baci, scritte per Adriano Celentano. Stupisce anche di più che Vivarelli sia stato uno degli amici più stretti di Luigi Tenco, così diverso in tutto da Celentano. Con quest’ultimo il sodalizio è della seconda metà degli anni Cinquanta. Ancora una decina d’anni prima Vivarelli era detenuto su mandato delle autorità americane d’occupazione per via della sua attività di sabotatore oltre le loro linee. Amnistia Togliatti e guerra fredda avevano contribuito a restituire Vivarelli alla società, ma non a renderlo un borghese.
Per quella generazione, la morte del Duce significava quel che la morte di Dio aveva significato per certi lettori di Nietzsche: rendeva tutto lecito. Ci fu così chi si arricchì fin dagli anni Cinquanta, magari facendo qualche elemosina al Msi; ci fu chi fallì, dandone la colpa alla democrazia liberale; ci fu chi si sposò per dimenticare i sogni e non ci riuscì quasi mai. Vivarelli invece trovò un modo per continuare a divertirsi: per lui anche rischiare la fucilazione era stato emozionante, dunque divertente. Riuscì poi quasi sempre a fare per denaro ciò che avrebbe fatto gratis, trovando la chiave della felicità. Si fece così un nome grazie alle canzoni e poi nel cinema coi musicarelli. Io bacio, tu baci mostrava Mina, figlia di un industriale milanese, mentre orientava il denaro del padre verso un gruppo di ragazzi dediti alle canzonette. Nasceva la società del benessere, di cui oggi viviamo la morte.
Di un’altra svolta il cinema di Vivarelli fu l’annuncio. Satanik (1968) introduceva un’assassina seriale come eroina. Per la prima volta delitti sessuali restavano impuniti in un film che non veniva da Michel Foucault, ma da Romano Mussolini, che il jazz aveva avvicinato a Vivarelli. Satanik incassò bene, consolidando la fama di Magda Konopka, il cui seno nudo pareva trasgressivo a chi aveva visto solo quello materno.
Cinema d’evasione e parallelo ruolo di selezionatore per il Festival di Sanremo non sottraevano Vivarelli alla politica. Quarantenne, iscritto al Pci fin dall’amnistia Togliatti dell’immediato dopoguerra, aderiva anzi al gruppo del manifesto, che dal Pci veniva rudemente espulso, perché certi casi di «centralismo democratico» non sono nuovi. Nel decennio seguente, così violento proprio fra i giovani, Vivarelli sarebbe stato l’unico regista ad avere amici personali ovunque, tranne fra i critici cinematografici (il recupero estetico del cinema-spazzatura era ancora lontano). Ma non si prendeva sul serio nemmeno lui. Più attenzione gli venne dal Dio serpente, che impose Nadia Cassini, grazie a un memorabile nudo frontale e a un amplesso con l’«abbronzato» Evaristo Marquez, reduce da Queimada di Gillo Pontecorvo, con Marlon Brando. Finzione o passione? Solo quarant’anni dopo, proprio nell’ultima intervista, Vivarelli rivelò: «Passione».