Mosca apre a Washington: stop ai missili anti-Nato

Obama ha compiuto il primo passo, chiamando il presidente russo Medvedev e annunciando al mondo l'intenzione dell'America di aprire una nuova era nei rapporti con Mosca. Il Cremlino ha reagito allargando gioiosamente le braccia, ovvero annunciando la sospensione del dispiegamento dei missili nell'enclave baltica di Kaliningrad. Poco importa che quei missili, dalla gittata di 400 chilometri, non siano stati nemmeno prodotti. La dichiarazione di Medvedev è, tecnicamente, un bluff. E il primo a saperlo è proprio Obama. Ma tutti ne sono felici, perché verosimilmente segna la fine della pericolosa inimicizia provocata da Bush, che negli ultimi otto anni ha dapprima cercato di sottrarre ai russi ampie zone d'influenza in alcuni Paesi dell'ex impero sovietico; poi si è intestardito a proporre uno scudo spaziale, con basi in Polonia e Repubblica Ceca, contro un nemico imprecisato, ma che il Cremlino, a ragione, ha sempre interpretato come un gesto intimidatorio nei suoi confronti. Ne è scaturita una guerra di parole dai toni sempre più accesi, durata quattro anni e accompagnata da un braccio di ferro in due Paesi-chiave, l'Ucraina e la Georgia.
La prossima mossa tocca a Obama, che il prossimo due aprile incontrerà Medvedev a margine del G20 di Londra. La Casa Bianca dovrebbe annunciare la rinuncia o perlomeno la sospensione dello scudo missilistico. Poi potrà davvero iniziare il disgelo, che implica altre concessioni. Mosca, ad esempio, sosterrà le azioni americane in Afghanistan, ampliando il corridoio che oggi viene usato dalla Nato per portare sostegno logistico alle truppe impegnate contro i talebani; inoltre dovrebbe rivedere la politica nei confronti dell'Iran, in particolare riguardo le forniture di centrali nucleari. In cambio, Washington si rassegnerà all'amputazione di Ossezia del Sud e Abkhazia dalla Georgia e, soprattutto, non appoggerà i rimasugli del movimento arancione in Ucraina alle prossime elezioni, permettendo a Kiev di tornare, perlomeno parzialmente, nell'orbita russa.
Washington rinuncia così al progetto di accerchiamento della Russia e di controllo dello scacchiere euroasiatico perseguito per vent'anni con notevole successo, perlomeno fino al 2004. Perché Obama fa un passo indietro, strategicamente così doloroso? Semplice, perché l'America non ha più la forza economica né il potere politico di un tempo ed è costretta a darsi delle priorità. Al primo posto, la stabilità del Golfo Persico, che implica un Irak rappacificato e nuove relazioni con l'Iran. Al secondo l'Afghanistan, per estirpare Al Qaida. Al terzo il consolidamento della propria influenza militare nel Sudest asiatico in funzione anti-cinese. Al quarto l'Eurasia. Ma l'America non può permettersi di operare su quattro scenari contemporaneamente e dunque ridimensiona l'ultimo, mantenendo lo status quo in Estremo Oriente.
L'America è debole, ma la Russia lo è altrettanto. Forse addirittura di più. Sei mesi fa lo Stato aveva i forzieri pieni e il Pil viaggiava a ritmi elevatissimi trascinata dai prezzi del petrolio e delle materie prime, che però sono crollati, provocando uno choc inaspettato e violento. L'economia è ferma, le casse dello Stato esangui, la disoccupazione cresce, il rublo crolla, mentre l'esercito è turbato da forti resistenze alla riforma della Difesa voluta dal premier Putin. Medvedev sa che la Russia potrà riprendersi solo se l'economia mondiale ripartirà. E siccome la locomotiva della crescita globale è, in teoria, ancora americana, Mosca dà una mano rimuovendo le tensioni geostrategiche. La nuova era conviene a tutti.
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