Mosca rispolvera l’imperialismo e va alla conquista del Polo Nord

Due batiscafi hanno portato la bandiera russa a 4300 metri di profondità. La missione scientifica è soprattutto un tentativo di ampliare i confini. Il motivo? Dieci miliardi di tonnellate di idrocarburi

Bandiera russa la trionferà. In fondo ai mari per la gloria (e il portafoglio) del Cremlino. Ieri due mini sommergibili - il Mir-1 e il Mir 2 - hanno raggiunto per la prima volta il fondale dell’Oceano artico esattamente al di sotto del Polo Nord a una profondità di 4300 metri. Un’impresa storica: mai prima d’ora una spedizione si era spinta tanto giù negli abissi. Putin, dicono a Mosca, è euforico. E non solo per questioni di prestigio. La bandiera nazionale, incapsulata in un apposito contenitore in titanio ancorato al fondale, non soddisfa soltanto le ambizioni di un presidente che cerca di risollevare la reputazione del proprio Paese, soprattutto in contrapposizione all’Occidente. «È come la prima volta sulla Luna», ha dichiarato il portavoce dell’Istituto di ricerche artiche e antartiche Sergei Balyasnikov.

La missione, in realtà, oltre che per l’innegabile valore scientifico è importante in una prospettiva geostrategica. Perché il Cremlino vuole estendere la sovranità a tutto il Polo Nord, ovvero ai suoi ricchissimi giacimenti di gas e petrolio, stimati da Valery Kamensky, direttore dell’Istituto Nazionale per la Geologia Oceanica Mondiale e le Risorse Minerarie, a 9-10 miliardi di tonnellate di potenziali approvvigionamenti.

Il Canada lo ha capito al volo: «Non siamo più nel Quindicesimo secolo. Non puoi andare in giro per il mondo, piantare la bandiera e annunciare: questa terra è mia», ha ironizzato il ministro degli Esteri Peter Mac Kay, ricordando che il diritto internazionale parla chiaro: i cinque Paesi che toccano territorialmente il Circolo Polare Artico - Canada, Russia, Norvegia, Usa e Danimarca (attraverso la Groenlandia) - beneficiano di una zona economica esclusiva di 320 chilometri dalla costa.

Il capo della diplomazia russa Serghei Lavrov si è affrettato a spiegare che la missione non aveva finalità «coloniali», ma esclusivamente scientifiche. «Il nostro obiettivo», ha dichiarato dalle Filippine, dove si trova in visita ufficiale «è di dimostrare che la nostra piattaforma continentale si protende fino al Polo Nord». Ma nessuno ha creduto alle sue rassicurazioni che, anzi, hanno finito per alimentare i sospetti. Non è un caso che il canale televisivo statale Vesti-24, annunciando con grande enfasi la notizia, abbia spiegato che «la Russia possiede ora una solida motivazione per reclamare il diritto a sfruttare più di un milione di chilometri quadrati del fondale». Proprio questo è il punto. Se davvero la Siberia e le rocce artiche sono tutt’uno, tramite la cosiddetta dorsale di Lomosonov, il Cremlino si appellerebbe a un articolo della Convenzione Onu sulla Legge del Mare per rifiutarsi di spartire con altri le riserve naturali.

Insomma, il Polo Nord diventerebbe russo. Perlomeno in teoria, perché gli Usa ieri hanno definito inaccettabili tali pretese e pochi giorni fa hanno annunciato investimenti per cento milioni di dollari per la costruzione di due navi rompighiaccio polari, in aggiunta alle tre già operative. Anche il governo di Ottawa si è cautelato stanziando fondi per acquistare nove pattugliatori artici a difesa della propria sovranità, mentre la Danimarca spera di dimostrare a sua volta che la Groenlandia è collegata alla catena di Lomonosov.

Insomma, il Polo fa gola a tutti e il Cremlino non perde tempo. Ieri pomeriggio sono riemersi i due sottomarini, a bordo dei quali c’erano anche uno scienziato australiano e il magnate svedese Friedrick Pausen, che hanno sborsato tre milioni di dollari ciascuno per presenziare all’impresa. «È stato bellissimo», ha detto il capo missione, il sessantottenne Chilingarov, che oltre ad essere un famoso scienziato polare è anche vicepresidente del Parlamento. «Se qualcun altro scenderà laggiù tra cento o anche mille anni, vedrà la bandiera russa», ha aggiunto estasiato. Nelle prossime ore gli scienziati inizieranno a studiare i campioni raccolti sui fondali. Poi tra qualche settimana partirà un’altra missione polare, la «Np-35», per installare, con il contributo tedesco, una stazione meteorologica galleggiante, che oltre a studiare i mutamenti climatici tenterà di raccogliere nuove prove a sostegno del sogno polare di Vladimir Putin.

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