In moschea non c’è posto per il dolore

Torno sul caso di Erba. O meglio, di Zaghouan, la città bianca, come la chiamano in Tunisia. Nel cimitero del villaggio, da martedì scorso, riposano le spoglie di Raffaella Castagna e del suo piccolo Youssef, due delle quattro vittime del massacro. Ad accompagnarli fin laggiù, è arrivato anche il padre e nonno, Carlo. Non è difficile immaginare cosa sia passato nel cuore di quest’uomo, oltre la compostezza e l’equilibrio con cui declina abitualmente i suoi gesti. Soprattutto, quando gli è stato impedito di entrare in moschea, dove si svolgevano i funerali dei suoi cari. Glielo hanno negato perché non musulmano e quindi infedele. Lo stesso trattamento riservato anche ad Azouz, marito e padre delle due vittime, in quanto non praticante.
Anche noi vorremmo avere le parole stemperanti del signor Castagna, ma oltre le considerazioni di convenienza, l’episodio ha un suo messaggio che domanda d’essere valutato con attenzione. Emerge evidente, da questo fatto, l’irriducibile diversità tra cristianesimo e islam, in rapporto alla persona e ai suoi diritti. Negare ad un padre, a dei fratelli, ad uno sposo la possibilità d’essere accanto ai propri defunti nei momenti del commiato finale, dice molto più di un atto di arretratezza culturale o crudeltà mentale. È proprio da queste scelte, apparentemente di scarso significato, che emerge invece la diversa concezione della persona e dei diritti che le sono dovuti. Intorno al concetto di persona ruota tutta l’esperienza cristiana e non a caso Giovanni Paolo II ricordava che è l’uomo la via della chiesa. Tutto l’uomo e tutti gli uomini. Un orizzonte sul quale l’Occidente ha fondato la propria visione giuridica, di cui si avverte l’eco chiara e inequivocabile nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
Discorso diverso per l’islam, dove è assente il concetto di persona, sostituito da quello più algebrico di individuo. Chi appartiene a questa religione non è titolare di diritti personali, ma può beneficiare esclusivamente di quelli riconosciuti alla comunità, la ummah, nella misura in cui vi appartiene e vi rimane ancorato attraverso una pratica religiosa formale. Fuori da questo orizzonte, fosse anche perché ci si professa non praticanti, come nel caso del marito di Raffaella, si entra in una terra di nessuno, dove il singolo è in balìa di se stesso, senza protezione e senza diritti.
Ovvio che da questo scenario parole come libertà e obiezione di coscienza, perdono, democrazia, pluralismo, parità di diritti, uguaglianza uomo-donna risultano dei puri nominalismi. Così come l’appartenenza alla ummah, finisce per privilegiare l’ispirazione coranica, sempre e comunque, a dispetto dei migliori principi su cui si fondano le democrazie occidentali.
Non è fuori luogo ricordare che il Consiglio islamico d’Europa presso l’Unesco, nel 1981, ha precisato che i Diritti universali dell’uomo si riferiscono all’uomo, non in quanto tale, ma dentro all’Islam. Stessa linea seguita dalla Diciannovesima Conferenza islamica dei ministri degli Esteri, tenutasi al Cairo nel 1991, in cui si afferma che il rispetto della vita è subordinato alla legge della Sharia.
Su queste considerazioni si innesta una domanda di fondo: a quali condizioni è possibile il dialogo, negli scenari nuovi prodotti dall’immigrazione? È chiaro che non basta lasciarsi guidare dal buonismo davanti all’altro percepito come povero e quindi bisognoso di soccorso. L’islam domanda di misurarsi con la sua diversità culturale, prima ancora che con le sue necessità. L’azzeramento del confronto, sia pure in nome dei principi buonisti del volemose bene, non porta all’azzeramento dei problemi, ma alla sua rimozione, destinata a riemergere in forme di ostilità più o meno palesi. Né vale la laicizzazione esasperata dello Stato, quasi che la cancellazione per legge della dimensione religiosa potesse contenere la conflittualità. È piuttosto sulla piattaforma condivisa di valori comuni, che mettono al centro la persona con i suoi diritti, che sarà possibile l’integrazione, evitando che qualcuno sia perennemente fuori della moschea, oppure della chiesa.
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