Mostri, ufo e isole fantasma I prodigi «ab Urbe condita»

Una nuova edizione del «Liber prodigiorum» di Giulio Ossequente che elenca due secoli di fatti inspiegabili

Leggende metropolitane e prodigi «urbani», nel senso di Urbs, Roma. Nell’anno 571, ovvero nel 183 a.C., consoli Marco Claudio e Quinto Fabio Labeone, piovve sangue per due giorni nell’area sacra del tempio di Vulcano mentre dal mare di Sicilia emerse un’isola che mai era stata vista prima (la Ferdinandea?). Nel 573, invece, sotto il consolato di Publio Lentulo e Marco Bebio, a Lanuvio simulacrum Iunonis Sospitae lacrimavit: «versò lacrime la statua di Giunone Salvatrice»; e sempre in quel luogo, qualche anno dopo, fax ardens in caelo visa, «fu vista una meteora fiammeggiante in cielo». Nel 618 (anno 136 prima della nascita di Cristo) una schiava diede alla luce un bambino con quattro piedi, quattro mani, quattro occhi e quattro orecchie e con un doppio pene: la creatura - secondo il diritto romano il monstrum non era considerato persona giuridica e quindi si doveva procedere alla sua eliminazione - fu bruciato per ordine degli aruspici e le ceneri gettate in mare. Così come accadeva agli ermafroditi. E nell’anno 632 (122 a.C.) in Gallia tre soles et tres lunae visae, «si videro tre soli e tre lune».
Sono solo alcuni - ma l’elenco è lungo più di due secoli - dei prodigi e fatti inspiegabili accaduti tra il 249 e l’11 a.C. dentro i confini dello Stato romano e raccolti da tal Giulio Ossequente (del quale gli storici sanno pochissimo) nel suo Liber prodigiorum, composto tra la fine del IV e l’inizio del V secolo sulla base delle Historiae di Tito Livio, e di cui si segnala ora una nuova edizione curata da Paolo Mastandrea e Massimo Gusso (Giulio Ossequente, Prodigi, Mondadori, pagg. 292, euro 8,40; testo latino a fronte). Miracoli, bufale o fatti realmente accaduti? Difficile dire: la «pioggia di sangue» più volte segnalata dagli antichi romani è probabilmente un fenomeno atmosferico che fa cadere acqua mescolata a sabbia ferrosa di provenienza sahariana cui un particolare processo di ossidazione conferisce un colore rossastro; così come i molti «oggetti» celesti potrebbero essere semplici meteoriti; ma altri fatti rimangono inspiegabili anche a una moderna lettura scientifica: il sorgere del sole di notte, buoi e altri animali parlanti, piogge di latte e uccelli incendiari (avis incendiaria), fulmini che salgono dalla terra verso il cielo, et coetera...
Il caso del Liber prodigiorum dimostra come le «leggende» nascano da lontano, e si tramandino di compilatore in compilatore lungo i secoli con grande successo di pubblico e di lettori anche senza il megafono di Internet (la prima edizione a stampa dell’opuscolo di Ossequente è del 1508, e conobbe più di trenta ristampe solo nella prima metà del ’500...). Ma dimostra anche che occorre ricordarsi sempre come dietro ogni «diceria» (vera o falsa che sia) c’è sempre un «movente» preciso. All’erudito compilatore - quasi sicuramente un pagano - che mise mano al Liber, ad esempio, non sfuggiva il fatto che un repertorio di mostri, visioni ed eventi contro natura potesse diventare anche un «catalogo ragionato», anno per anno, delle glorie di Roma. E implicitamente una difesa degli antichi culti a cui affidarsi con successo - a differenza della nuova religione cristiana - per far fronte ai portenta.