MOTO L’anima sensuale del secolo più veloce

Morini, Ducati, Guzzi, Vespa, Lambretta (e anche il Ciao): dal futurismo a oggi, la storia attraversata su due ruote

Se il cinema ha prima spennellato di bianco e nero la realtà e poi l’ha abbigliata di colore, l’invenzione della motocicletta ci ha fatto vivere la vita. Anzi, ci ha rimetamorfizzato in «centauri» che, invece del corpo da cavallo, hanno saldato al torso una molla di ferro che al posto delle zampe ha due ruote.
La motocicletta è stata l’anima più ingenua, sensuale, sessuale e umanamente veloce che il Novecento abbia prodotto («la moto è semplicemente la macchina più umana mai costruita dall’uomo», G. B. Shaw; tanto umana che la bicilindrica Brough Superior di Lawrence d’Arabia viene ribattezzata con il nome del suo maggiordomo, per poi morirci accanto come il cane al suo padrone dopo la vita da leggenda che aveva vissuto). E siccome il centauro aggrappato al suo mezzo si trasforma in aria, luce, paesaggio, rumore e puzzaprofumo, la motocicletta è l’unico veicolo al mondo (forse prima della globalizzazione) che stappa i sensi in una volta come fosse capodanno tutto l'anno.
Dunque la motocicletta è spumante e noi, abbracciati a lei, non perdiamo il lusso degli antichi cavalieri solitari, né la sfacciataggine dei picari che ancora godono di infilare un dito nella pancia della natura. Non a caso Giacomo Balla, nel 1913, ha potuto dipingere Velocità di motocicletta, e Fortunato Depero Il motociclista (Solido in velocità) e Mario Sironi ancora Il motociclista, mentre Achille Funi sempre Il motociclista e Ivo Pannaggi prima Motociclista e poi un sensualissimo, stratosferico Il ratto d'Europa. Eppure, con quella ferraglia che un tempo era stata una motocicletta e ora è un rudere (Ferita 1987), Arman con le eccitazioni motoristiche in un colpo apre e chiude il secolo veloce. Ecco, se amate le motociclette, anzi, la motocicletta italiana, c'è una bella mostra presso la Fondazione Antonio Mazzotta di Milano nella quale potete ammirare le moto del Mito con l’arte lo sport e la storia che hanno interpretato, vissuto e accompagnato il viaggio della motocicletta attraverso il nostro Paese.
Fa accapponare la pella come una «derapata» o una «staccata» all’ultimo secondo, rivedere le immagini della metà degli anni Sessanta con Giacomo Agostini e Renzo Pasolini. L’uno sulla rossa 350 tre cilindri Mv Agusta, e l’altro sulla verde Benelli 350 quattro cilindri. Si respira forse il più grande derby d’Italia: Gallarate contro Pesaro; Agostini il playboy, Pasolini l’introverso e l’occhialuto. Ricordo che quando Pasolini morì già dalla pista scese il lutto nazionale. Sembrava che all’improvviso l’Italia fosse piombata in una spessa foschia. Ma la leggenda della Benelli affondava nel sudore e nell’orgoglio per il proprio lavoro. Era stata infatti una vedova di quattro figli, Teresa Benelli, moglie di un garagista a inventarsi la Benelli, con un figlio, Tonino, che nel 1923 porterà per la prima volta la sua moto in pista.
Però la storia della motocicletta italiana era nata nel 1905 grazie al «tedesco» Corrado Frera che mette su a Tradate la Società anonima motocicli Frera. Poi è il turno di Giuseppe Gellera, in arte Gilera che, nel 1939, costruirà l’insuperabile Rondine: una pallottola 500, prima quattro cilindri da competizione, celebrata «come la più veloce macchina da corsa del mondo». E che dire della Guzzi? Pensate che l’aviatore Carlo Guzzi, fanatico delle moto, imporrà ai suoi mezzi il marchio che raffigura un’aquila d’oro in ricordo del suo amico e socio Ravelli, morto sull’aeroplano.
La bellezza e lo strapotere della moto italiana nel dopoguerra si chiameranno Vespa (nasce lo scooter) e Lambretta. È ancora un genio partorito dall’aeronautica, Corradino d’Ascanio, che progetterà la Vespa 98 la quale si sa, portava a spasso e al lavoro operai e impiegati e, in Vacanze romane, anche Gregory Peck e un’incantevole Audrey Hepburn. In fondo la Vespa era un mezzo domestico e innocuo che però con una sola elica avrebbe potuto decollare.
Nella seconda metà dei Sessanta duelliamo con gli inglesi. Loro hanno le «inaffidabili» Bsa, Triumph, Norton. Hanno l’isola di Man, la passione di Hailwood che pertanto vincerà con una 900Ss Ducati. Noi abbiamo le rinocerontiche 750 Laverda, l’evoluzione del sistema Desmodromico dell’ingegner Taglioni a Borgo Panigale. Poi, nel 1969, arrivano i giapponesi. Il loro è uno sbarco abbagliante. Kawasaki, Honda, Yamaha. Ma del tempo degli anni Settanta non voglio ricordare le impennate e gli amici sfracellati sui cordoli di cemento. I motori due tempi sono stati allora come oggi la cocaina. Però le ragazze andavano sui Piaggio Ciao. E chi fra loro saliva per un giro in moto era pronta a consegnare il primo o il secondo o terzo bacio. Potrei scrivere un romanzo sulle vespe truccate che si sfidavano nei tunnel, o sui ducatisti in Desmo come lo Sport 1000 che la Ducati sta rilanciando. Loro non si piegavano allo strapotere dei giapponesi. Erano più capoccioni dei musi gialli. Si ingobbivano soltanto sul manubrio del Desmo, con la schiena scoperta, le maniche del giubbino che gli arrivavano ai gomiti, gli stivaletti spellati con la zip sganciata. E «piegavano», «piegavano», noncuranti della pioggia, del gelo, delle mani nude piene di calli e abrasioni. Neppure alla domenica si scorticavano il grasso di dosso. Gli faceva orgoglio mantenersi quelle unghie selvatiche. Da allora sono passati diversi decenni e la moto italiana non è morta. Pensate a Valentino Rossi e Loris Capirossi: il nuovo derby d’Italia.
Ti senti i brividi che ti bucano le reni quando rivedi le donna in vespa con il plaid sulle gambe. E il Morini parcheggiato davanti al bar, in Periferia bolognese, pare rimetta in circolo il fritto di supplì, l’aroma del ragù, l’odore delle camicie, il profumo della miscela e l’acido dell’olio di ricino. Ma al cospetto dell’attuale Vyrus della Bimota con motore Ducati, si perde il controllo e ci si trasforma nella sospensione anteriore. Invece a rivedere la Moto Guzzi V7 Special dimenticheresti la via di casa per quella che non finisce mai: altro che California!
Con l’Mv Agusta quattro cilindri 600, il genio italiano nel 1965 ha costruito una Bentley su due ruote. È un pezzo da gioielliere. È una raffinatezza da svenimento. Per non impazzire di gioia a cavallo della mitica F4 1000 Tamburini: 172,8 cavalli, 307 chilometri orari, con il motore a quattro cilindri in linea e la testata a valvole radiali. Ma anche dinanzi alla foto da cui si legge: Noi siamo contro la vita comoda ci si commuove come se si tornasse giovani, cioè motociclisti. Perché i motociclisti sono gli unici che non invecchiano mai. Anzi, che non moriranno mai.