Un "motore" invisibile per le bici dei campioni

Il "risparmiatore di fatica" è un minuscolo meccanismo dotato di batteria che aiuta la pedalata. Si risparmia anche il 5 per cento di forze per arrivare più freschi al traguardo. E' già stato usato?

nostro inviato a Cava dei Tirreni

Caro diario, il Giro ci perdonerà se lo trascuriamo per qualche ora. Stavolta c’è una questione importantissima, che tra l’altro lo riguarda molto da vicino, al centro del nostro grande viaggio. L’ho scoperta parlando a tarda sera con alcuni tecnici molto seri e molto attendibili, davanti a una camomilla, prima di lasciarci andare sul letto come pesi morti.

Riassumo la notizia: dal doping sugli atleti, oggettivamente sempre più difficile e braccato, c’è qualcuno che sta passando al doping sulla bicicletta. La dico in termini molto elementari: la tecnologia rende possibile il montaggio di un «motore» nascosto dentro i tubi del telaio. Bisogna capirsi: il «motore» non serve ad aumentare la velocità. Non è un motore classico di propulsione. È un minuscolo meccanismo, dotato di batteria, che serve ad aiutare chi pedala (la definizione è «pedalata assistita»), rilasciando energia preziosa. Il suo vero nome sarebbe «risparmiatore di fatica».

Inutile dire come una simile invenzione vada benissimo per le zie che vanno a fare la spesa all’Esselunga o per i ragionieri adiposi che fingono di andare in ufficio con la bicicletta. Pedalano comodi. Ma si capisce bene come nelle gare dei grandi campioni lo stesso meccanismo sia altamente vietato. Altera le prestazioni quanto il doping chimico. Veloce spiegazione. La gara dura sei-sette ore: un ipotetico atleta pedala per cinque ore con la bicicletta truccata, risparmiando anche solo un 5 per cento all’ora di fatica, quindi prima del finale cambia la bici, prendendo quella regolare, e molto più fresco degli avversari piazza lo scatto letale per andare a vincere. Ad un eventuale controllo della giuria, la sua bici risulta ovviamente nella norma: apposta l’ha cambiata. Quella "magica" è già opportunamente sparita un’ora prima, grazie all’abile intervento della squadra.
Sembra fantascienza, ma non lo è. Tecnicamente, è già normale realtà. Basta collegarsi al sito www.gruberassist.com per trovare il prodottino giusto. L’azienda austriaca produce da tempo il meccanismo, presentandolo come «il motorino invisibile per bici più leggero e potente che ci sia». L’ha pure sperimentato in gara, meglio in una gran fondo, affidandola a un cicloamatore di nome Marco. Chi volesse può seguire il filmato della corsa, registrato durante il «Nordkettentrophy» (piazzamento finale, terzo posto).

Inutile specificare che questa scoperta incombe cupa sul ciclismo e scatena parecchie reazioni: irresistibili tentazioni in chi corre, forti preoccupazioni in chi controlla. Il dubbio che qualcuno, in gruppo, abbia sposato l’idea è molto fondato. Un dubbio diventato piuttosto assillante negli ultimi mesi, di fronte alle prestazioni umanamente incredibili di certi finali. Il sospetto, il timore, l’idea è che qualche team dei più evoluti abbia preso il motorino e abbia studiato una semplice evoluzione nei propri centri di ricerca. A un certo livello, l’esasperazione tecnologica delle diverse case costruttrici è molto alta, qualcosa di simile a quello che succede in Formula uno: con l’equilibrio esistente tra i campioni di vertice, risparmiare anche solo il 5 per cento di fatica per cinque-sei ore significa presentarsi nel finale un gradino sopra la concorrenza.

C’è un particolare da aggiungere: il timore che qualcuno abbia montato il motore miracoloso non è la solita paranoia dei perdenti. È un sentimento molto sentito nelle alte sfere dell’Uci, la federazione mondiale del ciclismo. Negli ultimi mesi, diversi direttori sportivi hanno partecipato a corsi d’aggiornamento nella sede svizzera dell’Uci, dove i tecnici federali hanno illustrato i dettagli della questione, ma soprattutto hanno avvertito: attenzione, siamo a conoscenza del motore invisibile e stiamo prendendo le nostre contromisure. Una commissione scientifica sta studiando un’apparecchiatura per smascherare la presenza del motore nel telaio, una sorta di metal-detector, o di rilevatore dei campi magnetici nascosti.

È chiaro: anche se segretissimo, il motore magico ha i mesi contati. Adesso che la sua presenza diventerà di dominio pubblico, avrà vita ancora più corta. Chi l’ha già usato, magari vincendo corse importantissime, con scatti nel finale di tale potenza che nessun preparatore e nessun fisiologo riescono a spiegarsi, non rischia più nulla. Chi eventualmente lo sta usando, o ha intenzione di usarlo anche qui al Giro, si vedrà costretto ad accantonare velocemente l’affascinante aiutino.

Caro diario, alla fine sopravviverà soltanto l’idea malsana, sogno perverso di tutti i ciclisti, della bicicletta senza fatica. Cioè una bicicletta che non ha niente a che vedere con il ciclismo. Una bicicletta contro natura. Una patetica caricatura per miseri, malati, inguaribili truffatori.