Il Mozart «revisionato» da Buscaroli

In «Al servizio dell’imperatore» il musicologo smonta la leggenda che vuole Giuseppe II protettore del genio

Centenari, bicentenari, tricentenari e via enumerando, in genere non servono a nulla. Sono inutili perché i compositori «celebrati» - d’obbligo le virgolette -, da Mozart a Puccini, da Beethoven a Verdi stanno abitualmente nei cartelloni sinfonici, da camera e operistici, così come i volumi (vita, morte e miracoli) e i cd dei loro componimenti hanno il posto d’onore negli scaffali delle librerie musicali e dei negozi. Quando poi una ricorrenza potrebbe servire, la logica del business, l’uso strumentale dell’«ario» quale che sia, la cancella.
Prendete - è caduto l’anno scorso - il terzo centenario della nascita di Giacomo Carissimi, padre e maestro dell’Oratorio, come lo chiamiamo noi col lessico di poi anche se il maestro di Marino parlò, ad esempio, di Historia sacra. Silenzio pressoché totale. Perché? Perché Carissimi «non vende» né dà profitto. Profittevoli assai per chi sappia farne un uso strategico - l’Italia dei «buoni a nulla ma capaci di tutto» si è lanciata nell’improvvisazione - sono gli «ari» di Wolfgang Amadé Mozart (Amadé, non Amadeus che Mozart mai impiegò e noi usiamo un po’ per quel lavoro di teatro-film di gran successo, un po’ perché suona meglio). Il duecentenario della morte di Mozart (1991) fu un diluvio indiscriminato «di tutto e di più»: quasi peggio dell’anno della musica (1985). A maggio possiamo dire che il duecentocinquantenario della nascita (oggi si tengono in conto anche i «rotti»: i mezzi secoli, i venti o trentacinque anni) è uno tzunami anche peggio del precedente.
Ad immunizzarci dal rischio overdose, a tollerare le orde di turisti giapponesi a Vienna e Salisburgo con i loro scatti fotografici (anche i bidoni dell’immondizia) con cui inutilmente cercano di fissare ciò che non comprendono; ad alleviare gli animi e far funzionare i cervelli per concordare o dissentire non importa ma per riflettere sì, ecco, da un piccolo e raffinato editore quale Marietti, un libro dal titolo-programma Al servizio dell’Imperatore. Come Giuseppe II spinse Mozart alla rovina (pagg. 173, euro 18), libro che Piero Buscaroli avrebbe potuto scrivere alla fine del suo fortunato La morte di Mozart di Rizzoli (terza ristampa; oggi nella collana economica della BUR) se non fosse stato colto dal raptus del monumentale Beethoven. Libro cui si accoda uno più minuto, in uscita ad ottobre, dove l’autore chiarirà una volta per tutte quel «mistero del Requiem» che peraltro non è più un mistero da tempo ma che va chiarito all’aria aperta: con la mirabile capacità dell’autore non solo di leggere i documenti ma di leggervi dentro e «dietro» come diceva Furtwängler a proposito delle note musicali e, appunto, dell’interpretazione.
Ritratti e disegni veri, falsi o «aiutati» nel nobilitare le sembianze mozartiane del tutto comuni mentre la Notizia (Prefazione) dà la chiave del libro e il suo scopo puntualmente raggiunto: «la riscrittura, revisionista per il rivolgimento che contiene, e la cancellazione delle favole servili e bastarde su Giuseppe II “protettore di Mozart” e in generale sugli Asburgo “mecenati dell’arte musica”, quali mai furono. Detestarono e offesero i veri artisti con invidia e con livore, mai vollero i Haydn, Mozart e Beethoven nelle loro Residenzen».
Ovvero. Gli Asburgo musicisti di ottima formazione però italiana e con l’eccezione di quel Giuseppe II che Federico il Grande definì «desideroso di imparare» ma senza «la pazienza di istruirsi». L’imperatore che fece di Mozart uno «strumento» come «strumentale» a pasticcieri, case discografiche in crisi, enti del turismo rigogliosi è la ricorrenza mozartiana del 2006. Mozart e Da Ponte «usati» dall’Imperatore, come spiega Buscaroli, per ferire e umiliare gli “stati” del suo regno, nobiltà, armata e clero. In sistematico crescendo salì dall’indiscrezione licenziosa (Nozze di Figaro) alla trasgressione sensuale (Don Giovanni), fino all’esaltazione della licenza oscena quale miglior vita possibile (Così fan tutte). «Riformatore velleitario» alle cui riforme il fratello Leopoldo dové mettere le pezze: anche la stoffa preziosa e antica de La Clemenza di Tito. L’inganno di un incarico importante a corte, sempre sperato e mai ottenuto. «Sono nato per fare il Capellmeister»: altro che libero professionista per determinazione: per forza, semmai, visto che non seppe mai «farsi largo e arrampicarsi» secondo l’attitudine tuttora «generosamente presente nei mediocri, nei furbi, nei puri e semplici cretini».

Per sapere di più sull’opera revisionista di Buscaroli si segnalano tre incontri voluti dal Comunale di Bologna nel foyer del teatro: il primo è domani alle 18. Alberto Mattioli, Chiara Sirk e Giovanni Gavazzeni parlano e interrogano l’autore.