Muñoz Molina Visite a New York, bazar del mondo

Cronaca, letteratura, cinema e arte negli appunti di viaggio di uno spagnolo a Manhattan

È difficile resistere al fascino che esercita in ogni visitatore la città di New York, simbolo universale della modernità. La letteratura spagnola è ricca di testimonianze lasciate da numerosi autori, a partire da García Lorca che nell’opera Poeta a New York, frutto del suo soggiorno alla fine degli anni Trenta, ha dato forse l’immagine più vera ed emblematica della metropoli americana. Ora il libro di Antonio Muñoz Molina, Finestre di Manhattan (Mondadori, pagg. 308, euro 17,50; traduzione di Maria Nicola), offre una nuova lettura del modello urbano della Grande Mela, che conferma la visione precedente e al contempo fornisce un ritratto più articolato e complesso. Il titolo del volume pone al centro le grandi finestre dell’architettura newyorchese: finestre rettangolari, sgombre, che guardano, osservano e si propongono come tanti punti di «vista», tanti capitoli aperti di vita sociale. Il libro - un ibrido che riunisce reportage, diario, saggio - non ha il supporto di un racconto o di un intreccio principale: l’autore, nel descrivere i vari soggiorni a Manhattan, preferisce ricordare le malinconiche ore trascorse a spiare dalla finestra o i gioiosi vagabondaggi lungo le strade e i centri commerciali, le visite ai musei, mentre accompagna il testo con un contrappunto critico che avvolge ogni immagine caduta sulla retina dell’occhio o sollecitata dalla memoria.
Finestre di Manhattan è diviso in 87 sequenze cronologiche che parlano dei viaggi a New York, dei prolungati soggiorni e del ritorno in Spagna. La Spagna è la cartina di tornasole dove affiora la biografia dell’autore con l’esperienza della vita di provincia, che ora giudica e mette a confronto con la vivacità e il fervore culturale della realtà americana. «Manhattan è il grande bazar del mondo», scrive Muñoz Molina, osservatore complice dello spettacolo infinito degli uomini che affollano il mercato orientale di Canal Street o che si riversano sui grandi marciapiedi delle Avenue. Lo colpisce e lo turba l’immagine della moltitudine di persone chiuse nella loro solitudine, in una realtà urbana che adotta l’indifferenza o la cortesia superficiale quale forma di schermo al rapporto di fratellanza umana.
Nulla di nuovo rispetto a quanto già scritto da García Lorca - ricordato continuamente nel libro - che levò la voce («Io denuncio») contro l’emarginazione del povero, l’alcolizzato, il negro, l’uomo indifeso costretto a vivere miseramente nella città dei grattacieli. La novità consiste nel tono con cui l’autore disegna le stampe e illustra gli interni di New York, modello sociale del presente e del futuro. Non la città cosmopolita, crogiolo di razze e religioni, bensì una congerie di etnie formate da emigranti e individui sradicati dalle loro terre lontane, i cui caratteri familiari e provinciali permangono sotto la superficie dell’internazionalismo universale, divenendo i valori fondanti del grande Paese. La letteratura e il cinema americani, osserva a proposito lo scrittore, devono soprattutto la loro fortuna alla presenza di storie di cowboy o a racconti di ambienti domestici urbani.
La New York vista da Muñoz Molina è una città reale (assistiamo anche alla caduta delle Torri Gemelle) e al contempo fantastica, mentale poiché idealmente ricreata dallo spirito: labile è il confine che separa l’immagine quotidiana, in cui l’autore s’identifica con l’esperienza di molti anonimi personaggi, da quella derivata dalla lettura dei paradigmi artistici che regolano e arricchiscono la vita sociale. Una fitta rete di richiami culturali (letteratura, musica, pittura, fotografia, cinema) accompagna le passeggiate urbane e le visite dello scrittore al Metopolitan Museum. Le finestre di Manhattan richiamano i quadri di Edward Hopper e gli acquarelli di Katz, o ancora le scene enigmatiche dei film di Hitchock e i racconti di William Irish. Lo sguardo dello scrittore fissa l’istante, coglie l’incontro con un uomo solo, l’ombra obliqua di un anziano nel retro di un cortile, una figura di donna che passa nel vuoto della stanza; comprende il suo silenzio, indaga la sua condizione umana e il mistero che la circonda.
La scrittura di Finestre di Manhattan - attraversata da continui flashback - è ricca di subordinate che cercano nelle loro volute sintattiche di racchiudere le impressioni e le emozioni suscitate dal multiforme spettacolo che offre l’America. Il carattere aperto e memorialistico del libro, come pure le note di intrattenimento e di costume sui quartieri di Harlem, Brooklyn, Bronx e Queens o le sequenze deambulatorie sulle rive dell’Hudson, sull’East River, e infine la descrizione parodica del Columbus Day, celebrato dagli italo-americani, formano un intenso racconto che illumina la vita urbana della Grande Mela, in cui Muñoz Molina crede di vedere il volto moderno e contraddittorio del nostro tempo.